I Grilli di Arma, Taggia & Sanremo Message Board › Ambiente

| Fabio Bono | |
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LIVORNO. La presentazione della nuova campagna ?Stop the fever? è stata l?occasione per Legambiente per rendere noto uno studio sulla sostenibilità delle regioni italiane, che calcola l?impronta ecologica sull?ambiente e la capacità degli ecosistemi forestali di assorbire le emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane . «Legambiente - spiegano gli ambientalisti - ha calcolato la superficie di bosco necessaria a compensare le emissioni di anidride carbonica, regione per regione, derivanti dai consumi energetici (compensando l?import/export di energia elettrica tra le regioni: cioè togliendo le emissioni di CO2 - esportate - e addebitando le emissioni di CO2 - importate - con l?importazione di energia elettrica)». Per assorbire tutta la CO2 prodotta nel nostro Paese ci vorrebbe una superficie forestale pari a 2,7 "italie" completamente ricoperte da alberi. Le sorprese vengono anche dalla produzione procapite di CO2: le regioni con oltre 10 tonnellate di anidride carbonica per abitante sono Sardegna, Valle d?Aosta, Friuli e Puglia, tutte con elevati consumi energetici o che ospitano diversi impianti termoelettrici a carbone. La regione italiana più insostenibile è la Lombardia che con l?emissione di 76.825.000 tonnellate di CO2 nel 2004 avrebbe bisogno di una superficie forestale di 5,75 volte più ampia del suo territorio regionale per poter compensarle, più o meno la superficie di tutte le regioni del sud e le isole messe insieme. Ci vorrebbero 4,6 ?ligurie? per compensare l?impronta sull?ambiente dei genovesi e dei loro corregionali. Seguono il Veneto (4,27), il Lazio (3,98) e la Puglia (3,88). Tutte piccole le regioni virtuose, con addirittura la Basilicata che ha una impronta ecologica sul territorio di 0,54, quindi poco più della metà del suo territorio coperto da bosco basta a compensare le emissioni dei lucani. Seguono Molise (0,64), Valle D´Aosta (0,74), Trentino Alto Adige (0,76), quasi in equilibrio la Calabria che ha un?impronta di 1,1. In mezzo ci sono: Emilia Romagna (3,35); Sicilia (3,01); Friuli Venezia Giulia (2,96); Campania (2,6); Piemonte (2,39). La Toscana emetteva nel 2004 29.637.000 tonnellate di CO2, mentre le emissioni procapite sono di 8,3 tonnellate di CO2 (come la Lombardia, che però ha molti più abitanti), sopra la media nazionale di 7,9 tonnellate. La Toscana va meglio con il 2,3 dell?impronta ecologica calcolata in base alla superficie forestale che è poco sotto la media nazionale, ma anche nella regione più boscata d?Italia ci vorrebbe più del doppio delle foreste per essere in equilibrio con l?ambiente ed il pianeta. Meglio della Toscana fanno le altre regioni del centro Italia: le Marche sono ad 1,82, l?Umbria a 1,51, l?Abruzzo a 1,34 come la Sardegna. Il resto dell'articolo QUI: http://www.greenrepor... |
| Fabio Bono | |
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di Alessandro Farulli "Le disquisizioni scientifiche sui cambiamenti climatici non sono più attuali. Anche se oggi spegnessimo per sempre tutte le luci, le conseguenze delle emissioni si farebbero sentire domani e dobbiamo essere pronti adesso ad affrontarle. Ciò vale anche per le conseguenze in materia di sicurezza. E spetta all?Europa fare la guida nella risposta internazionale". No, non è il comunicato di un?associazione ambientalista, ma la chiusura dell?intervento di Javier Solana apparso il 21 su La Repubblica. Fatta l?analisi, però, resta invece assente dal dibattito il nodo della mancanza di una governace mondiale. Tanto che pure Solana non va oltre la necessità che sia ancora l?Europa «a fare da guida nella risposta internazionale», quando è evidente che l?Ue da sola nulla può di fronte a quanto la globalizzazione ha creato. Altro aspetto trascurato è il secondo e altresì importante corno della sostenibilità ambientale: i flussi di materie. Anche questi ? come si vede dando un?occhiata al mercato delle materie prime ? fonte non solo di squilibri ambientali, ma anche sociali. Qui il resto dell'articolo: http://www.greenrepor... |
| Fabio Bono | |
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Dal sito: http://www.biologicob... Venticinque chilometri all?ora: sulle strade che porteranno alle avveniristiche eco-citta? progettate in Gran Bretagna dal governo Brown le automobili non potranno superare quella velocita?, a quanto e? emerso oggi.La drastica restrizione figura tra le misure decise per garantire che le nuove citta? ecologicamente corrette (ne dovrebbero essere costruite fino a cinque entro il 2016 e fino a 10 entro il 2020) siano a emissioni zero e abbiano il minimo impatto possibile sull?ambiente.Se dovranno viaggiare quasi a passo d?uomo nella marcia di avvicinamento le auto saranno invece completamente bandite dai centri delle eco-citta?, dove il pedone, il ciclista e i trasporti pubblici la faranno da re.Nei prossimi giorni Caroline Flint, sottosegretario all?edilizia, fissera? gli standard di base per i nuovi agglomerati urbani che avranno ognuno da 5.000 a 20.000 abitanti. Le case ad esempio saranno costruite in modo da essere ad una distanza massima di 400 metri da una fermata d?autobus. Nelle prossime settimane dovrebbe essere poi annunciata una lista dei dieci migliori progetti finora inoltrati da societa? private interessate all?iniziativa. |
| Marzia | |
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Aricolo pubblicato sul sito:
http://www.repubblica... "Negli ultimi mesi, nuovi studi hanno dimostrato che la calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si sta sciogliendo a ritmi quasi tre volte più veloci di quanto previsto dai più pessimistici tra i modelli elaborati al computer. Se non agiremo, nel giro di appena 35 anni, il ghiaccio potrebbe arrivare a scomparire completamente nei mesi estivi. All'altra estremità del pianeta, al Polo Sud, gli scienziati hanno scoperto nuove prove di scioglimento della neve in un'area dell'Antartide occidentale grande quanto la California. "...... |
| Fabio Bono | |
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![]() Il Protocollo che ambisce ad andare "oltre Kyoto" dovrà coinvolgere nel processo di riduzione dei gas serra in atmosfera tutte le nazioni - inclusi gli Stati Uniti, la Cina, l'India - e dovrà progettare da qui al 2100 tagli compresi tra il 50% e l?80% se vuole almeno limitare entro i due gradi l?aumento della temperatura di Pietro Greco, da QUESTO SITO Mille delegati provenienti da 190 diversi paesi si stanno incontrando in queste ore a Bangkok, in Thailandia, per dar vita ai primi negoziati formali delle Nazioni Unite per la stesura di un nuovo Protocollo sui cambiamenti climatici che vada oltre quello di Kyoto. Quando venerdì 4 aprile la conferenza della parti -iniziata ieri, 31 marzo - si concluderà, non avremo certo un nuovo Protocollo. Tuttavia capiremo se la politica globale per contrastare i cambiamenti climatici avrà subito la necessaria accelerazione. La posta in gioco, come si sa, è altissima: si tratta di impedire che la concentrazione di gas serra in atmosfera e, di conseguenza, temperatura media del pianeta aumentino fino a livelli insostenibili. Se non interviene una decisione politica chiara, sostengono gli scienziati dell?Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), a fine secolo vivremo in un pianeta molto più caldo (con una temperatura media superiore di tre o quattro gradi rispetto a quella attuale). Il Protocollo di Kyoto, attualmente in vigore, vincola solo 37 stati a tagliare entro il 2012 le loro emissioni di gas serra in media del 5% rispetto ai livelli raggiunti nel 1990. Quando verrà attuato, l?aumento della temperatura media del pianeta sarà stata contenuta per un decimo o due di grado. Troppo poco. Il Protocollo che ambisce ad andare ?oltre Kyoto? dovrà fare molto di più. Dovrà coinvolgere nel processo di riduzione dei gas serra in atmosfera tutte le nazioni - inclusi gli Stati Uniti, la Cina, l'India - e dovrà progettare da qui al 2100 tagli compresi tra il 50% e l?80% se vuole almeno limitare entro i due gradi l'aumento della temperatura. Il processo di tagli concordati è complicato dal fatto che occorrerà tener conto di fattori come la capacità inquinante assoluta, la capacità inquinante procapite, le responsabilità storiche. Ma il negoziato non potrà limitarsi a drastiche politiche di prevenzione dei cambiamenti climatici, ma dovrà progettare anche rapide politiche di adattamento, stabilendo concrete vincoli di solidarietà tra paesi ricchi e paesi poveri, tra paesi che causano e paesi che subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In pratica la trattativa dovrà, nel medesimo tempo, trovare il modo di sventare o, almeno, di minimizzare i rischi connessi alla più grave minaccia che graverà sulla società umana nei prossimi decenni e modificare il paradigma energetico del pianeta, passando da un sistema fondato sullo spreco e sui combustibili fossili a un sistema fondato sul risparmio e sulle energie rinnovabili. Tutto questo in una fase tumultuosa di cambiamento della geopolitica e dell'economia del pianeta. Non c'è dubbio: quello che si è aperto ieri a Bangkok è il più difficile negoziato nella storia dell'ecodiplomazia e uno dei più difficili nella storia della diplomazia tout court. Per i particolari sul nuovo "PROTOCOLLO BANGKOK" vedi quest'altro articolo: http://www.greenrepor... Edited by Fabio Bono on Apr 2, 2008 7:36 AM |
| Fabio Bono | |
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Cadono tutti nella rete del Cigno che ammalia Sugli inceneritori con le migliori tecnologie firmano tutti, Verdi compresi mercoledì 2 aprile 2008 di Roberto De Giorgi Firme pesanti dice Greenreport nel presentare l'iniziativa, e chissà perchè in questa stramba campagna elettorale. Forse per rendere ancora più difficile il districarsi nel voto tra le icone colorate. Dalla battaglie per eliminare i contributi a petrolieri ( i famigerati Cip6 ) fino all'acquiescenza di questo appello. Io non so se ci saranno chiarimenti o smentite su questo documento Ma nel leggere le firme di Alemanno e Rutelli, che sono alternativi candidati sindaci di Roma, la sinistra arcobaleno ed i Verdi storici, e gli ambientalisti del partito democratico, beh qualche domanda uno se la fa. Ma è una accozzaglia o una cosa seria? Il giornale che pubblica dice che è una svolta ( per forza è uno strumento della Legambiente). Ma se questa è la svolta sui rifiuti, cosa dire alle centinaia di comitati sparsi in tutta Italia, ai medici per l?ambiente, ai circoli dei verdi territoriali che sono impegnati contro gli inceneritori di vecchia e nuova generazione? Avevo visto con attenzione per tutto il 2007 lo svilupparsi dell?iniziativa per il patto sul clima, come momento che coagulava attorno a sè l'idea intrigante di una aggregazione ecologista che portasse l?altra metà dell'universo ambientalista nella politica. Così si diceva. Ora se ci guardiamo in giro contro gli incenitori resta la Mia Italia a Roma, Montanari con il Bene Comune e le liste dei grillini. E basta. Dal sito: http://www.agoramagaz... Edited by Fabio Bono on Apr 4, 2008 7:13 AM |
| Marzia | |
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![]() Il summit sui cambiamenti climatici di Bangkok si è concluso con un faticoso accordo di massima tra Paesi in via di sviluppo e sviluppati su un piano di lavoro sui negoziati per giungere ad un nuovo patto d?azione mondiale di cooperazione contro il global warming. Prima delle conclusioni i Paesi in via di sviluppo avevano rigettato l?approccio settoriale proposto dal Giappone, che ha provato a fare la testa d?ariete dei Paesi industrializzai Kyoto-scettici. La questione chiave dei Bangkok Talk è stata ancora una volta la fissazione di obiettivi obbligatori per ridurre le emissioni di gas serra, ma questo è rimandato agli altri colloqui che si terranno a fine 2008. Comunque il Gruppo dei 77, che riunisce 130 Paesi in via di sviluppo e l?emergente Cina, sono riusciti ad imporre nel documento finale l?accesso alle tecnologie ?verdi? e l?assistenza economica e finanziaria come priorità della road map che deve portare al nuovo trattato che dovrebbe essere firmato nel 2009 a Copenaghen. QUI l'articolo completo. |
| luci | |
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Da Repubblica
www.repubblica.it/2007/08/sezioni/ambi Il mondo senza cibo un disastro evitabile di ROMANO PRODI CARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l'umanità: la crisi alimentare. Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni. Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d'Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia. Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali. Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l'aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari. Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l'impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così. I più recenti studi (come quelli dell'Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l'energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all'energia prodotta. Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico. Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti. Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso. Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla "seconda generazione" di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l'utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all'agricoltura. E' quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori. Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l'emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l'aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l'esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l'attuale crisi in tragedia mondiale. I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell'attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno. Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c'è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così. È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l'Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità. (13 aprile 2008) |
| Fabio Bono | |
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Ottimo discorso (peccato che lo faccia da fuoriuscito politico...non poteva farlo prima, da Presidente del Consiglio?) Totalmente d'accordo con lei, e come fare a non esserlo...peccato che stramazza poi sulle SOLUZIONI! ....e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Daglie con stì "Incentivi". Gli "Incentivi" sono la disperazione dell'Italia! Sì, perchè dietro questa parola carina si nascondono i finanziamenti pubblici (soldi nostri) dati a privati (spesso aziende degli stessi politici...vedi Inceneritori o petrolieri) in nome di cause falsamente nobili. Cosa mi stanno infatti a significare parole come "Carbone Pulito", "CDR" (Combustibile Da Rifiuti), "Bio Carburanti", Auto di Classe A, B o C (dove spesso il SUV appare in una categoria ecologicamente pulita, solo perchè ha una bella marmitta certificata...al di là degli enormi consumi del veicolo stesso!)....??????? NON SI DEVONO RISERVARE INCENTIVI A QUESTE REALTA'! Questa è parte della soluzione! DEVONO invece essere dati a REALTA' VERAMENTE INNOVATIVE ED ALTERNATIVE! Auto ad aria compressa (che non necessitano di alcun "bio-carburante" e che già esistono) Eolico, Fotovoltaico, Geotermico...queste sono le fonti di Energia PULITA! Sovvenzione alla MICROECONOMIA LOCALE che evita l'utilizzo di carburante per il trasporto di gbeneri alimentari da un continente all'altro. QUESTE SONO LE VERE SOLUZIONI, caro Prodi! E non faccia finta di non capire o di rispondermi che ormai non ci si può allontanare dalla Globalizzazione e dal libero Mercato. La Globalizzazione deve avvenire IN ALTRI CAMPI! Nella cultura, nella Ricerca, nello scambio e nella diffusione di Informazioni, nella Solidarietà tra popoli! Devo dare il mio commento al suo discorso? Lo faccio con una Parola: IPOCRITA. |
| Fabio Bono | |
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Tengono banco i risultati elettorali...e le sue possibili (anzi quasi sicure) conseguenze sull'Economia Ambientale ed Ecologica del nostro disgraziato Paese.
Ecco un illuminante articolo su questo argomento e...prepariamoci al peggio! L'economia ecologica schiacciata da una valanga di cemento? di Diego Barsotti dal sito: http://www.greenrepor... LIVORNO. Nel pomeriggio di ieri Italcementi ha fatto segnare + 3,51%, Buzzi Unicem è salita del 3,05%, Impregilo +2,17% e Cementir +0,75%: il settore delle costruzioni nel suo complesso, è stato l?unico ad alzare la testa (+0,37%), mentre la borsa di Milano sembra non aver subito contraccolpi eccezionali né in positivo né in negativo, dall'esito elettorale, assestandosi su un calo sobrio, di -1,06% (il 9 aprile 2006, quando vinse Prodi, fu -1,85%). La crescita promessa dal Popolo delle libertà fa scommettere ancora una volta, fin dal primo giorno della terza era Berlusconi, sull'economia del cemento e sulle grandi opere, sul Ponte sullo stretto e sulla Tav (che ora vogliono tutti: se mettiamo insieme i voti espressi dai cittadini della Val di Susa per i partiti che si sono dichiarati contrari all´Alta velocità si racimolano pochi spiccioli percentuali. E questa si chiama democrazia, darling), sulla detassazione degli straordinari (vivere per lavorare / non lavorare per vivere), sul rilancio della missione militare in Afghanistan (solo per citare le prime due impellenti richieste arrivate a scrutinio ancora in corso, rispettivamente da Confindustria e Stati Uniti). Dell'economia ecologica nemmeno l'ombra. Quel poco di economia ecologica arruffato in fretta e furia nel programma della Sinistra Arcobaleno è naufragato nel voto utile e nel voto di protesta, aggettivazioni tanto oggettive quanto inutili ad addolcire un disastro che qualcuno ha definito inimmaginabile. Quel poco di sviluppo sostenibile declinato nel programma del Partito democratico graverà invece sulle spalle di deputati ecologisti che siederanno qua e là tra i banchi del Parlamento (forse pochi, ma probabilmente buoni, e per una volta proveremo a dimenticare che la qualità sta nella quantità): che dovranno tentare di resistere e di limitare i danni di fronte all?imperativo della crescita che li travolgerà dall?una e dall'altra parte dei due schieramenti. Nel 2006 le due grandi alleanze si erano presentate alla prova elettorale con due programmi sensibilmente distinti, almeno sulle tematiche ambientali, e noi ci permettemmo di dire fin da subito che «dalle urne esce una componente ambientalista che non riporta un risultato esaltante». Ma non abbiamo esitato a dare conto nell'arco di questi due anni dei risultati raggiunti sul fronte della sostenibilità. Faremo altrettanto, anche se le premesse sono disarmanti e pare ridicolo solo pensare di poter sperare che da parte di un governo di destra (di questa destra, di questo Paese) l'economia possa essere orientata alla sostenibilità: e questo nonostante i buoni consiglieri (pochi, perché anche in questa caso la quantità non fa la qualità) che siederanno in consiglio dei ministri (Alemanno?) e nonostante i cattivi consiglieri (qui la lista sarebbe troppo lunga) come quel delfino che oggi parla del liberalismo come dell'anticristo. Edited by Fabio Bono on Apr 16, 2008 7:56 AM |