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Affondamenti di navi cariche di SCORIE RADIOATTIVE nel Mediterraneo e l'OMICIDIO di Ilaria ALPI stasera R

Laura
Posted Sep 1, 2009 3:13 PM
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Affondamenti di navi cariche di SCORIE RADIOATTIVE nel Mediterraneo e







Calabria al veleno - Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute - Ecco le ultime scoperte degli investigatori
Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso.

Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra.

A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce.

Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta.

Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria.

Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva.

“Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone-Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva.

Calabria al veleno - Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute - Ecco le ultime scoperte degli investigatori
Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso.

Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra.

A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce.

Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta.

Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Laura
Posted Sep 1, 2009 3:14 PM
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Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria.

Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva.

“Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone-Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva.

Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”.

Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi.

Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche).

E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

Laura
Posted Sep 1, 2009 3:15 PM
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In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch’esso sconosciuto fino a questo momento.

Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell’Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un “coperchio (…) presumibilmente appartenente a un fusto”, pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote.

A questo punto, l’ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: “Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti”.

In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d’altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l’Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d’Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl).

Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni.

Da qui, parte l’ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento delle acque.

“Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità “, le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l’università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell’entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.

Le anomalie ci sono, addirittura “evidenti ” a Serra d’Aiello: proprio nella zona “prospiciente al fiume Oliva”. Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro.

E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”. Il 2 marzo seguente, l’Arpacal ha trasmesso alla procura “l’esito delle analisi radiometriche campali” attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l’ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che “si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei”, di fianco all’Oliva.

Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per “escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione”.

Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)”. Un allarme, dice Brancati, “dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”, a cui va sommato “un consistente danno ambientale”.

Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell’Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano.

Laura
Posted Sep 1, 2009 3:15 PM
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Roma, RM
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Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, “L’espresso” ha pubblicato il dossier di un ex boss della ‘ndrangheta che si accusò di avere affondato, d’accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche.

Tra le navi, ne indicava tre che transitavano “al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza”. E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l’Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un “rilievo di forma ellittico/circolare”, lungo “circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri”.

Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli ‘ndranghetisti Muto. «L’ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale “, dicono. “L’ennesimo passo verso una verità scomoda”.

di Riccardo Bocca



espresso.repubblica.it

Laura
Posted Sep 14, 2009 4:15 PM
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Vi aggiorno sulla situazione SCORIE RADIOATTIVE sui fondali calabresi.

LA NAVE DEI VELENI



Nave dei veleni, l'appello del procuratore
"Non abbiamo risorse, ora tocca al governo"
di ANNA MARIA DE LUCA


CETRARO - Ora tocca al governo. Dopo il ritrovamento nei fondali del Tirreno, ieri pomeriggio, della nave fantasma descritta dal pentito di 'ndrangheta Francesco Fonti - che lui stesso avrebbe contribuito a far affondare con dentro 120 fusti di sostanze tossiche - ora la Procura e la Regione chiedono aiuto allo Stato. Servono soldi, tanti soldi, e risorse umane per procedere nelle indagini e risalire al contenuto della nave, sepolto sotto cinquecento metri d'acqua. Ma non ci sono né soldi né risorse umane. E la buona volontà del Procuratore Bruno Giordano da sola certo non può bastare per andare a caccia di un traffico di rifiuti tossici forse internazionale. La sua lunga caccia alla nave ieri ha dato i risultati che si attendeva. Ma ora vuole mezzi e uomini per andare avanti.

I conti sono presto fatti: è impossibile lavorare in queste condizioni. Con sei magistrati in organico, la Procura ne dispone attualmente solo di due ed uno dei pm di punta, Eugenio Facciola, sarà trasferito a giorni alla Procura generale di Catanzaro. E al suo posto, a fine mese, arriverà un altro magistrato che non ha mai fatto il pm. "Mai come in questo momento - dice Bruno Giordano - sarebbe necessaria la copertura dell'organico. Se manca la collaborazione esterna siamo perduti". Senza l'aiuto della Regione Calabria, che ha inviato i tecnici dell'Arpacal con il robot capace di fare foto subacquee, la Procura non avrebbe avuto neanche la possibilità di individuare la nave. "Se si tratta veramente di materiale radioattivo, come ha riferito un collaboratore di giustizia, sarà necessario utilizzare attrezzature particolari che certamente noi non abbiamo. Ci vorranno tempo e soldi. Noi andiamo avanti con la politica dei piccoli passi. Staremo a vedere".

Il mercantile è come lo aveva descritto il pentito Francesco Fonti. La nave, secondo il suo racconto, sarebbe colata a picco in sua presenza, con una esplosione a prua. Le immagini riprese ieri dall'agenzia ambientale della Regione lo confermano: ritraggono proprio una prua sventrata e fusti che fuoriescono. Per individuarli ed analizzarli ora la Procura dovrà disporre una serie di accertamenti presso il ministero della Marina.

Sono giorni di timori e di sconcerto e di gente che si chiede chi può aver buttato nel suo mare sostanze nocive e come si può, in un paradiso naturale come la Calabria, compiere uno scempio del genere. L'inchiesta - lo ricordiamo - ricerca proprio le possibili correlazioni tra l'aumento dei tumori sulla costa e la radioattività certificata in alcune zone come nei pressi del fiume Oliva, vicino Serra d'Aiello.

"Adesso si apre uno scenario non facile da gestire. Noi - dice il Procuratore Bruno - partiamo da un dato oggettivo: quella ritrovata è una nave clandestina che ufficialmente non è mai naufragata. L'ipotesi concreta è che sia stata fatta affondare per farla sparire insieme al suo carico. Il resto è affidato alla collaborazione dello Stato. Se questo non avviene il problema sarà di difficile soluzione".

Il vicepresidente di Legambiente, Sebastiano Venneri, ha chiesto oggi di incontrare il Procuratore di Paola per mettere a sua disposizione i dossier raccolti dal '94 sulle misteriose sparizioni di navi che non hanno mai lanciato il may-day mentre gli equipaggi si sono stranamente volatilizzati. L'elenco di Venneri è davvero preoccupante e comprende una quarantina di navi, dalla motonave Nikos I sparita nel 1985 durante un viaggio iniziato a La Spezia per giungere a Lomè (Togo) - probabilmente affondata a largo tra il Libano e Grecia - alla Mikigan, partita nel 1986 dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno Calabrese con tutto il suo carico sospetto; dalla Rigel, naufragata il 21 settembre del 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento (unico caso in cui, grazie alle denunce di Legambiente, è stata ricostruita almeno in parte la verità giudiziaria), alla motonave maltese Anni che nel 1989 affondò a largo di Ravenna in acque internazionali. E poi la famosa motonave Rosso, che nel dicembre del 1990 si è spiaggiata ad Amantea, vicino a Cetraro. Poi, nel 1993 fu la volta della Marco Polo che sparì nel Canale di Sicilia e ancora nel novembre del 1985 affondò a largo di Ustica la nave tedesca Koraline.

Nei prossimi giorni si avranno i primi risultati delle analisi effettuate sui sedimenti recuperati ieri vicino al relitto. "Mi auguro - dice l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco - che già domani la presidenza del Consiglio di Ministri ci dica come intende muoversi. ".

Intanto il rov, il robot subacqueo, continua a scattare foto negli abissi di Cetraro. Non può entrare nelle stive ma fotografa la nave solo all'esterno. E'alla ricerca del nome del mercantile, che dovrebbe trovarsi sulla fiancata. Una verità sepolta che potrebbe riemergere oggi dagli abissi e che farebbe tremare qualche poltrona.

Laura
Posted Sep 14, 2009 4:21 PM
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Marco Giustini
Posted Sep 14, 2009 4:30 PM
pigrattivista
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BASTARDI! CI VORREBBE IL TRIBUNALE DI NORIMBERGA PER I MAFIOSI. BUTTARE RIFIUTI RADIOATTIVI IN MARE SIGNIFICA AMMAZZARE MIGLIAIA DI PERSONE PER CENTINAIA DI ANNI.
Laura
Posted Sep 14, 2009 4:40 PM
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LE NAVI AFFONDATE E L’INTRIGO INTERNAZIONALE SECONDO IL PM NERI: La morte di Ilaria Alpi s’intreccia con l’inchiesta sulle “carrette del mare”.






La “Rigel” fu mandata dolosamente a picco davanti a Capo Spartivento nel settembre 1987. Sospetti sui naufragi di altre 26 imbarcazioniPostato da Enrico Di GiacomoCommentaNews dall'altromondoAbissi radioattivi e intrighi internazionali. Con faccendieri pronti a far finire sui fondali del Mediterraneo navi cariche di sostanze nocive ed equipaggi disposti ad inscenare naufragi tra le tempeste come nei libri di Salgari e Melville, con il solo obiettivo però di far incassare i premi assicurativi ai proprietari delle imbarcazioni. Sullo sfondo esponenti dei servizi d’informazione di mezza Europa, spietati governanti africani e un omicidio. L’omicidio di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 ammazzata a colpi di kalashnikov a Mogadiscio, il 24 marzo del 1994. C’è un magistrato che quindici anni addietro tentò faticosamente di riannodare i fili sciolti d’un giallo continentale rimasto tuttavia senza soluzione. È Francesco Neri, oggi sostituto procuratore generale a Reggio Calabria, bersaglio di gravissime minacce e di un tentativo di attentato (sventato grazie ad una intercettazione) e in passato impegnato anche nelle indagini sulla cosiddetta “massoneria deviata”. Neri nel 1994 mise il naso nel grande e lercio affare dello smaltimento illegale di rifiuti. «Tutto nacque – spiega il magistrato alla Gazzetta – da un esposto di Legambiente, firmato da Nuccio Barilà ed Enrico Fontana. Nel documento si faceva riferimento all’interramento di rifiuti radioattivi in Aspromonte a opera di autoarticolati che, provenienti da altre zone del Paese, approdavano in porti incontrollati della Calabria. L’Istituto geografico militare da me interpellato acclarò subito che vi erano porti incustoditi: dunque l’ipotesi paventata da Legambiente era tutt’altro che peregrina. Le indagini si spostarono presto in Settentrione dove avviai un’ampia collaborazione con il Cfs di Brescia che aveva indagato su una serie di personaggi». Cosa accadde successivamente lascia senza fiato: il socio d’affari d’un discusso imprenditore settentrionale impegnato nel settore dello smaltimento di rifiuti, fermato al confine con la Svizzera, venne trovato in possesso di mappe nautiche su cui erano segnati i punti di affondamento di varie navi e del singolare progetto elaborato per far finire attraverso dei siluri – definiti tecnicamente “penetratori” – le sostanze radioattive prodotte in Occidente sul fondo del mare. L’uomo fermato vuotò il sacco e gl’investigatori perquisirono gli uffici e l’abitazione del suo socio d’affari, trovando carte riferibili alla motonave “Jolly Rosso”, arenatasi davanti alle coste di Amantea il 14 dicembre 1990. L’imprenditore oggetto d’attenzione investigativa sembrava infatti essere interessato all’acquisto dell’imbarcazione da impiegare eventualmente nel progetto dei “penetratori”. La necessità di disfarsi delle sostanze radioattive derivava dalla circostanza che a Bratislava (Slovacchia), aveva sede una dei maggiori depositi di scorie nucleari dell’ex Cortina di ferro. Nell’agenda personale dell’imprenditore venne pure individuata alla data del 21 settembre 1987 una strana annotazione: “lost the ship” (persa la nave). Nel giorno indicato era colata a picco, venti miglia a largo di Capo Spartivento, la nave “Rigel” che trasportava ufficialmente polvere di marmo e blocchi di cemento ma che – secondo gl’inquirenti – celava forse nelle sue stive rifiuti radioattivi. Il relitto affondato nel mare calabrese non è mai stato individuato. I caricatori dell’imbarcazione hanno poi confessato, però, che la “Rigel” era stata fatta naufragare dolosamente. Dottore Neri faceste accertamenti sull’affondamento sospetto di 27 navi avvenuto tra il 1981 e il ‘93: cosa mancò alla sua indagine? «Non ci furono mai dati i fondi per utilizzare i satelliti e fare le ricerche in mare della “Rigel” e delle altre imbarcazioni». Ma torniamo alla Jolly Rosso. Quando la nave va in avaria a largo delle coste di Vibo Valentia, compie una ispezione a bordo il comandante della Capitaneria di porto che dichiarerà senza timore di smentita ai pubblici ministeri Francesco Scuderi e Francesco Neri d’aver visto sulla plancia del ponte di comando mappe dove venivano indicati dei punti di affondamento. Si trattava delle stesse mappe già sequestrate dagli investigatori all’imprenditore settentrionale interessato al progetto dei siluri-penetratori e indicavano le zone più idonee per inabissare i rifiuti radioattivi. Della “Jolly Rosso” che si arenerà davanti ad Amantea si occuperanno poi gli “specialisti” della “Smith Tack”, società olandese di Amsterdam specializzata nella bonifica e nel recupero di materiale radioattivo. Materiale che, ovviamente, sulla nave non risultava essere trasportato. E, allora: cosa recuperarono? Dice Francesco Neri: «Complimenti al procuratore Bruno Giordano per la tenacia e il coraggio che stra mostrando in questa vicenda. È importante che non venga lasciato solo e che non venga delegittimato e minacciato come hanno fatto con me». Arcangelo Badolati - GDS



Laura
Posted Sep 14, 2009 4:41 PM
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Roma, RM
Post #: 927
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La morte di Ilaria Alpi s’intreccia con l’inchiesta sulle “carrette del mare”. Le scorie radioattive nascoste in siluri venivano fatte colare a picco.

Scorie Radioattive e inchiesta di Ilaria Alpi


Le scorie tossiche prodotte nelle centrali di Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Italia, Germania Ovest, Inghilterra, Francia e di un’altra mezza dozzina di Stati europei venivano stoccate in una gigantesca pattumiera nucleare. Alla fine degli Anni Settanta i Paesi più industrializzati dell’Occidente investirono 120 milioni di dollari per tentare di sbarazzarsi dei loro rifiuti radioattivi. Il progetto venne denominato “Dodos” (Deep ocean data operating) e fu elaborato dall’Euratom per conto della Cee. Nel Centro comune di ricerca (il Ccr), a Ispra, sul Lago Maggiore, tra il 1977 e il 1988, si lavorò all’accordo internazionale che aveva un obiettivo: valutare lo stoccaggio di scorie radioattive in ambiente naturale terrestre o marino. Il progetto, però, venne abbandonato per scongiurare possibili azioni di ecoterrorismo. In realtà, quell’idea sarebbe stata sfruttata da un faccendiere lombardo legato ai servizi segreti argentini e amico dei più potenti imprenditori europei. Il programma “Dodos” prevedeva la messa in custodia degli avanzi nucleari in appositi contenitori (”canisters”) che venivano inseriti in siluri d’acciaio (”penetratori”) e caricati su navi “Ro-Ro”, sul modello della “Jolly Rosso”. Quei siluri venivano, poi, seppelliti nei fondali marini sabbiosi ed argillosi ad una profondità di almeno 400 metri. Il faccendiere lombardo, nel frattempo, aveva contattato 45 Stati raggiungendo accordi per la concessione di zone marine, le “Eez”, dove inabissare i suoi siluri carichi di spazzatura nucleare. L’ipotesi investigativa alla quale lavorò per anni il pg di Reggio Calabria, Francesco Neri, è quella delle “navi a perdere”. Vecchie carrette del mare affondate per truffare le assicurazioni e violare la Convenzione di Londra sul divieto di smaltimento marittimo di rifiuti tossici. Trame investigative tracciate dal lavoro di Natale De Grazia, capitano di corvetta, morto in circostanze dubbie il 13 dicembre del 1995. L’ufficiale aveva trovato una copia del certificato di morte della giornalista di Rai 3, Ilaria Alpi, in casa del faccendiere lombardo. Sul particolare, Neri venne sentito dalla Commissione d’inchiesta sull’omicidio della Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, che indagavano sui misteri somali. E nelle acque della Somalia, secondo il pg Neri, sarebbero finite anche le scorie nucleari di Bratislava. Nel frattempo, il giudice Neri dovrà continuare a difendersi dall’accusa di calunnia contestatagli da Paolo Messina, armatore della Jolly Rosso. Il 14 ottobre è fissata l’udienza davanti al gip di Cosenza, Marletta, per discutere l’opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura. Giovanni Pastore - GDS
Augusto Merletti
Posted Sep 14, 2009 10:23 PM
user 2887562
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Una drammatica testimonianza per la quale ringrazio Laura. Mi viene solo una considerazione: questo paese è diventato negli ultimi anni un vero e proprio hard-discount della giustizia penale, da noi le pene detentive sono talmente improbabili che in pochi anni siamo arrivati ad ospitare circa il 40% dei pregiudicati provenienti dalla Romania.
Questo nostro malaugurato prestigio internazionale mi fa temere che nei prossimi anni le cose possano solo peggiorare.
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