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Meetup "Amici di Beppe Grillo di Brescia" Message Board VARIE › INIZIO DA OGGI A POSTARE ALCUNE DELLE MAIL CHE MI ARRIVANO E CHE SI INTERESS

INIZIO DA OGGI A POSTARE ALCUNE DELLE MAIL CHE MI ARRIVANO E CHE SI INTERESSANO DI ALCUNI PROBLEMI DEL MOMENTO

A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 262
INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE 3/03141 SENATO
chiaro che non si può pensare di aggiustare il bilancio del gruppo presentando il conto solo ai propri dipendenti, è il momento di tagliare sprechi e privilegi e di intervenire sulle troppe sacche di dilettantismo presenti nel management". In data 7 settembre 2012 tutte le associazioni sindacali congiuntamente hanno posto al management, attraverso un volantino distribuito ai lavoratori, una domanda assolutamente eloquente ed emblematica: come sia possibile dichiarare 1.578 esuberi se contemporaneamente nel gruppo Ubi si fanno 350.000 ore di straordinario equivalenti ad una spesa di 10 milioni di euro e a circa 200 lavoratori full time. I sindacati Dircredito denunciano inoltre, con un comunicato del 24 settembre 2012, l'esistenza di perdite di eccezionale rilievo conseguenti alla partecipazione in banca Intesa che si aggiungono a pericolosissimi e censurabili investimenti in hedge fund che con la normale attività bancaria nulla hanno a che fare, ma per la quale nessuno dei responsabili ha pagato;
i sindacati Fabi e Fiba Cisl hanno annunciato di aver intrapreso cause di lavoro contro l'azienda per l'annunciata volontà del gruppo Ubi di non computare le somme derivanti da accordi aziendali ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto e della previdenza complementare. Il sindacato Unisin parla, senza mezzi termini, di agire in sede giudiziale al fine di far dichiarare l'antisindacalità della condotta aziendale;
considerato che la rappresentanza sindacale Falcri "Federazione autonoma dei lavoratori del credito e del risparmio italiano", in un comunicato del 17 ottobre, ha invitato la capogruppo Ubi a porre in essere, sin da subito, un effettivo piano di interventi finalizzati al ridimensionamento del costo relativo agli emolumenti percepiti ai più alti livelli aziendali e alla gestione di benefit; al riguardo, si evidenzia il più volte denunciato uso improprio delle carte di credito aziendale da parte dei vertici manageriali e apicali della banca, utilizzo improprio che ha causato milioni di euro di spese sostenute dalla banca e quindi dai soci e dagli azionisti, del tutto improprie rispetto agli obiettivi aziendali ed alla gestione caratteristica di Ubi. Sarebbe infatti oggettivamente dimostrato che le carte di credito aziendali vengano usate per acquisti di beni voluttuari e addirittura per il prelievo di contante, con modalità del tutto improprie ed inaccettabili in base ai principi etici e di trasparenza dell'istituto. Sarebbe venuto infatti a mancare il dovuto controllo degli amministratori e degli organismi preposti alla vigilanza, spesso affidati a persone incompetenti o addirittura colluse. I vertici delle diverse società del gruppo hanno potuto quindi agire a proprio vantaggio senza alcun controllo, con danni di eccezionale rilievo per il patrimonio e per il risultato economico della banca. Anche per questi motivi sono stati ceduti beni facenti parte del patrimonio sociale a prezzi irrisori con una reiterata condotta studiata e perpetrata sulla base di una truffa disegnata ed orchestrata "a tavolino". Negli anni passati sarebbero state infine attuate sollecitazioni improprie all'investimento al pubblico risparmio che hanno portato all'acquisto di ingenti quantità di azioni Ubi sul mercato borsistico, anche tramite società di nuova costituzione. Tali acquisti e tali società vedono come protagonisti proprio figure di vertice del gruppo Ubi che hanno indotto ad acquisire ingentissime quantità di titoli sui mercati borsistici, tra l'altro in momenti di particolare delicatezza per la vita sociale, lasciando intravedere, oltre alla violazione del divieto della sollecitazione al pubblico risparmio, anche possibili violazioni connesse all'utilizzo della conoscenza di dati sensibili (con la conseguente violazione della disciplina dell'insider trading). Nel corso dell'ultimo anno il presidente del consiglio di gestione avrebbe fortemente voluto la nomina del presidente della Compagnia delle opere di Bergamo, Rossano Breno, quale membro del consiglio di amministrazione della principale banca controllata del gruppo Ubi: l'antica e prestigiosissima Banca popolare di Bergamo, di cui Emilio Zanetti stesso è presidente. La nomina è avvenuta nonostante tutti i media locali e nazionali avessero trattato ampliamente delle indagini in corso per reati di corruzione che vedevano protagonista proprio lo stesso Breno (si veda il "Corriere della Sera" del 16 ottobre 2012). Del resto Zanetti, ad avviso dell'interrogante, ricercava affannosamente un potenziale alleato per la gestione della prossima decisiva assemblea dei soci. Orbene, poche settimane fa, a seguito dell'aggravarsi della posizione giudiziaria del citato Rossano Breno, legato allo scandalo per tangenti

A. RICCARDO P.
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Brescia, BS
Post #: 263
INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE 3/03141 SENATO
che ha portato alle dimissioni del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, impegnato per conto di Zanetti nella acquisizione di soci e di deleghe per il voto in vista della prossima assemblea di Ubi, che ha dovuto rassegnare le proprie dimissioni, con un gravissimo danno di immagine per l'intero gruppo. Non sarebbe trascurabile il ruolo svolto proprio dalla Compagnia delle opere nell'indebito sostegno alle richieste di affidamento pervenute al gruppo Ubi tramite gli uffici di Breno.
In sostanza risulterebbe dimostrata l'esistenza di una vera e propria corsia preferenziale riservata alle imprese iscritte alla Compagnia delle opere, a cui sarebbero stati e sono concessi affidamenti non sulla base di rigorosi controlli delle situazioni economico-finanziarie delle società richiedenti, ma in base al mero principio dell'appartenenza ad un network di aziende unite dalla comune iscrizione alla "formigoniana" Compagnia delle opere (si veda "il Fatto Quotidiano" del 16 ottobre 2012). Il tutto in contrasto con i principi di prudenza e diligenza richiesti agli amministratori. In questo ambito sono diminuiti con progressione geometrica i rapporti di conto corrente con la clientela tradizionale, clientela fatta di famiglie ed imprese sane, che ha veduto negare in massima parte le richieste di affidamento in virtù di una stretta creditizia che risulta davvero paradossale se raffrontata con quanto appena delineato.
Nel contempo l'aumento di capitale versato nello scorso esercizio dai soci nelle casse della banca, pari ad un miliardo di euro, sarebbe stato "bruciato" in poche settimana a causa della mala gestio evidenziata;
considerato infine che a giudizio dell'interrogante:
le autorità preposte ai controlli, in particolare la Banca d'Italia in merito alle preventive azioni di vigilanza riguardanti stabilità e prudente gestione del credito e del risparmio, come stabilito dal testo unico bancario, e la Consob, in merito alla vigilanza sui bilanci delle società quotate in borsa ed al nulla osta sull'aumento di capitale pari ad un miliardo di euro, avrebbero dovuto garantire diritti ed interessi degli azionisti di minoranza, che hanno indubbiamente subito perdite rilevanti, un vero e proprio tracollo, dei loro investimenti con il valore delle azioni passato da 20 a 3 euro ad azione; nella consapevolezza dell'importanza e della rilevanza del ruolo del terzo istituto bancario del Paese sull'intera comunità economica italiana, sarebbe opportuno convocare al più presto, in considerazione della gravità dell'accaduto, i vertici di Ubi banca e i massimi rappresentanti della Consob e della Banca d'Italia al fine di concertare interventi urgenti a tutela degli azionisti e della stabilità del sistema creditizio ed economico nazionale, anche in considerazione delle azioni giudiziarie in corso presso le diverse procure competenti;
sarebbe opportuno valutare, alla luce di quanto acquisito dalla magistratura, l'esistenza delle condizioni previste dalla vigente normativa per procedere alla revoca degli attuali amministratori ed all'immediata convocazione dell'assemblea dei soci,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo intenda intervenire per quanto di competenza a tutela degli oltre 80.000 soci del gruppo Ubi banca affinché le autorità preposte possano immediatamente vagliare e sanzionare i comportamenti denunciati;
se ritenga che le condotte degli amministratori di Ubi banca siano compatibili con la prudente gestione del credito e del risparmio e se tale gestione non sia stata improntata a distrarre sistematicamente i valori della banca per finalità ed interessi privatistici di amministratori che sembrano, ad avviso dell'interrogante, aver spartito le spoglie di una grande banca;
se non ritenga doveroso espletare gli accertamenti di cui al decreto legislativo n. 231 del 2001, che, in aggiunta alla responsabilità della persona fisica che realizza l'eventuale fatto illecito, ha introdotto la responsabilità in sede penale degli enti per alcuni reati commessi, nell'interesse o a vantaggio degli stessi, da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua organizzazione dotata di autonomia finanziaria o funzionale e da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati.
(3-03141)

A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 266
FUNZIONI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

L'Italia costituisce un esempio particolare di repubblica parlamentare, perché il presidente, oltre ad avere funzioni di rappresentanza dell'unità nazionale e di garante del rispetto della carta costituzionale, ha un certo numero di funzioni in campo esecutivo, legislativo e giudiziario, nonché di indirizzo politico: promulga le leggi, nomina alcuni membri in importanti organismi istituzionali e presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, è destinatario di ricorsi straordinari contro la pubblica amministrazione, può rinviare alle camere un atto legislativo, può concedere la grazia ecc. Il presidente viene eletto dal parlamento in seduta comune.

In dettaglio:
La Costituzione enumera le attribuzioni e le facoltà del Presidente della Repubblica, che, ai sensi dell'articolo 87 Cost., sono:
in relazione alla rappresentanza esterna:
accreditare e ricevere funzionari diplomatici;
ratificare i trattati internazionali, su proposta del governo e previa autorizzazione delle Camere, quando occorre;
effettuare visite ufficiali all'estero, accompagnato da un esponente del governo;
dichiarare lo stato di guerra, deliberato dalle Camere;
in relazione all'esercizio delle funzioni parlamentari:
nominare fino a cinque senatori a vita;
inviare messaggi alle Camere, convocarle in via straordinaria, scioglierle salvo che negli ultimi sei mesi di mandato (semestre bianco), a meno che non coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi di legislatura;
indire le elezioni e fissare la prima riunione delle nuove Camere;
in relazione alla funzione legislativa e normativa:
autorizzare la presentazione in Parlamento dei disegni di legge governativi;
promulgare le leggi approvate in Parlamento;
rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione (se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata);
emanare i decreti-legge, i decreti legislativi e i regolamenti adottati dal governo;
in relazione all'esercizio della sovranità popolare:
indire i referendum e in caso di esito favorevole dichiarare l'abrogazione della legge a esso sottoposta;
in relazione alla funzione esecutiva e di indirizzo politico:
nominare dopo opportune consultazioni il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri;
accogliere il giuramento del governo e le eventuali dimissioni;
emanare gli atti amministrativi del governo;
nominare alcuni funzionari statali di alto grado;
presiedere il Consiglio Supremo di Difesa (CSD) e detenere il comando delle forze armate, benché in qualità di ruolo di garanzia, non di comando effettivo;
decretare lo scioglimento di consigli regionali e la rimozione di presidenti di regione;
in relazione all'esercizio della giurisdizione:
presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM);
nominare un terzo dei componenti della Corte costituzionale;
concedere la grazia e commutare le pene. (Dal 1992 questi compiti vengono disposti con Legge dello Stato, votata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera).
DA wikipedia

A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 273

La capitolazione francese allora, quella europea e giapponese oggi

Dopo il caos monetario seguito alla fine della Grande Guerra, la Francia rientrò nel sistema aureo nel 1926 con un franco fortemente sottovalutato che le garantiva. competitività.
Esportando più di quanto importava, la Francia continuò
negli anni seguenti ad accumulare. riserve auree,
portandole via agli altri paesi (con l’eccezione degli Stati Uniti, anch’essi particolarmente competitivi rispetto alla vecchia Europa).

Il galateo monetario, generalmente rispettato prima della guerra, prescriveva che i paesi in surplus di oro aumentassero la moneta circolante in quantità corrispondente al nuovo oro accumulato. In questo modo la loro economia, crescendo, avrebbe richiamato importazioni dal resto del mondo, ricompensandolo della stretta monetaria che si trovava a subire per effetto dell’oro defluito all’estero. Nel medio periodo, in questo modo, il sistema aveva sempre ritrovato un certo equilibrio
Il galateo non fu rispettato dalla Francia di Poincaré e dall’America di Coolidge. Preoccupate dall’eventualità di una fiammata inflazionistica, le due amministrazioni, fortemente conservatrici, sterilizzarono il nuovo oro accumulato, rinunciando a una parte della crescita economica di cui avrebbero potuto godere. In questo modo Francia e Stati Uniti si trovarono fino al 1929 in una situazione apparentemente invidiabile (una crescita comunque buona in assenza di inflazione) ma al prezzo di una deflazione esportata verso il resto del mondo. Questa deflazione, diventata presto sistemica, non tardò a ritorcersi, a partire dal 1930, anche contro i paesi che l’avevano creata, la Francia e gli Stati Uniti.

Per allentare il cappio deflazionistico stretto intorno al collo, Gran Bretagna e Germania svalutarono rispetto all’oro già nel 1931. In questo modo attutirono, più degli altri paesi, gli effetti della Grande Depressione.
Nel 1933 e 1934 fu la volta dell’America, che con Roosevelt svalutò aggressivamente il
dollaro e lanciò, con il New Deal, un programma di spesa pubblica (non enorme, visto oggi).
La Francia tentò di resistere. Le svalutazioni degli altri la rendevano sempre meno competitiva e la deflazione aveva creato crisi e disoccupazione, ma un insieme di considerazioni di prestigio e un attaccamento ai principi avevano indotto i governi a tenere duro e a sopportare un franco che nel frattempo era divenuto chiaramente sopravvalutato.
Il Fronte Popolare, vincitore delle elezioni del maggio 1936, suscitò paure e fughe di capitali.
A settembre il governo Blum capitolò, ultimo nel mondo, e lasciò andare il franco. Il nuovo spazio di libertà fu gestito nel complesso male, con aumenti salariali eccessivi che portarono a una svalutazione del franco, tra il 1936 e il 1938, del 70 per cento. La classe media, impoverita, avrebbe più tardi in larga misura appoggiato il regime di Vichy.
A cinque anni dal 2008, gli eventi degli anni Venti e Trenta sono perfettamente visibili, in filigrana, dietro alle nostre vicende contemporanee. In sede di bilancio (provvisorio, come vedremo) è chiaro che il 1931 inglese corrisponde al 2009 americano, mentre il 1936 francese corrisponde al 2013

Continua.......
A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 276
........... Mentre il 1936 francese corrisponde al 2013 europeo e giapponese. Come allora, chi è uscito per primo dalla deflazione si trova meglio, chi ha invece provato a resistere ha dovuto comunque capitolare e si ritrova ora in condizioni incerte e difficili. Il Regno Unito di oggi, per inciso, ha seguito una strada intermedia tra quella americana e quella europea e si ritrova quindi, in modo perfettamente conseguente, peggio dell’America e meglio dell’Europa.

Il successo della formula americana, confrontata con quella europea, è schiacciante. L’America ha risanato le banche e l’Europa no. L’America è cresciuta in ognuno dei quattro anni passati e l’Europa ha ondeggiato in modo preoccupante per poi afflosciarsi completamente, Francia e Germania comprese, dalla metà dell’anno scorso. L’America ha fin da subito pagato tassi reali negativi sul suo debito, la periferia europea ha pagato tassi reali altissimi. L’America ha visto una riduzione lenta ma costante della disoccupazione, l’Europa (Germania esclusa) ha visto una crescita esplosiva che, in Francia e in Italia, continuerà anche quest’anno e, probabilmente, nel prossimo.
Il dato più clamoroso è però un altro. L’Europa, con tutti i suoi sacrifici, i suoi disoccupati e le sue tasse, si ritroverà nel 2014 (e ancora di più nel 2015) con un disavanzo pubblico molto più alto di quello che, con tutte le sue mani bucate, farà registrare l’America. Gli Stati Uniti, che nel 2009 produssero un buco di bilancio del 10 per cento del Pil, scenderanno al 3.4 nel 2014 e al 2.1 nel 2015. In Europa, per contro, Francia e Italia si ritroveranno verosimilmente vicine al 4, come del resto l’Olanda. Dal canto loro, Spagna e Portogallo resteranno ampiamente
sopra questo livello.
Per effetto della stagnazione e dei disavanzi, il debito europeo su Pil, fatti i conti, sarà cresciuto dal 2008 al 2015 come quello americano e probabilmente di più.
E non è finita, attenzione, perché adesso comincia per l’Europa una fase politicamente opaca e delicata in cui non è trascurabile il rischio che un paese
(l’Italia) o più paesi buttino via l’occasione fornita dalla fine dell’austerità e si lascino andare alla conflittualità politica e sociale, perdendo il controllo della situazione. Esattamente quello che successe al Fronte Popolare in Francia tra il 1937 e il 1938.
Come dice Peter Bofinger, membro del Consiglio degli esperti economici del governo tedesco, l’austerità è fallita e si sta ritorcendo contro la Germania. Bofinger, si dirà, è keynesiano ed è l’unico, tra i consiglieri, a pensarla così. Gli altri preferiscono tacere. La paura serpeggia però anche tra i duri dell’establishment tedesco, se è vero che Weidmann non ha avuto niente da eccepire al taglio dei tassi da parte della Bce e che Draghi avrà via libera per un nuovo taglio in giugno, per l’introduzione di tassi negativi sui depositi delle banche presso la Bce e per un rilancio in grande stile degli Ltro.
Chi decide, alla fine, è sempre e solo la Merkel, che per fortuna è molto più pragmatica di come la si dipinge di solito. È lei che ha abbandonato l’anno scorso il tabù della monetizzazione del debito dei singoli stati, è lei che quest’anno ha rinviato a data da destinarsi il fiscal compact. È ancora lei che scriverà il testo di un’unione bancaria in cui la Germania metterà qualche soldo in cambio della
libertà di fare quello che vuole a casa sua e in cambio di future
pesanti decurtazioni,da decidere su base politica caso per caso,
per le obbligazioni delle banche da
ristrutturare. È sempre lei, infine, che accetterà una svalutazione
dell’euro, in autunno
e dopo il voto tedesco, se la situazione italiana si
sarà fatta ancora più precaria.
Adesso è il Giappone che ha la precedenza. Abe va al voto in luglio e l’America vuole che abbia successo e consolidi il suo potere. Un Giappone forte, in funzione di contenimento della Cina, è di nuovo una priorità americana e Giappone forte, per strano che possa sembrare, vuole dire yen debole. Sistemato il Giappone, si penserà all’Europa.
La fine dell’austerità europea non è di per sè una sconfitta dell’ideologia tedesca. Dove l’austerità è stata applicata con un coraggio combinato con l intelligenza


A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 278
Dove la ricetta è fallita ,come in Italia ,la colpa è stata in parti uguali di chi l'ha proposta senza criterio
(Berlino e Bruxelles) e di chi l’ha applicata nel modo peggiore (solo tasse, niente tagli e poche riforme).

Se Keynes ha vinto fin qui, è più per gli errori degli avversari che per meriti propri.
Prima di ballare per le strade e festeggiare il ritorno alla spesa pubblica spensierata ricordiamo che la strada è ancora lunga e impervia per tutti.
L’America riprecipitò nel 1937 nella crisi economica e nel bear market azionario per avere aumentato le tasse l’anno prima in misura non dissimile a quella adottata quest’anno con la manovra di gennaio (cui si sta aggiungendo il sequester).
Certo, proprio nel ricordo del 1937 la Fed si manterrà estremamente espansiva, ma quello che succederà in un’Europa a disciplina allentata è ancora tutto da vedere.
Se poi tutto andrà bene, dal 2016 in avanti ci muoveremo in territori assolutamente inesplorati.

La grande disputa sulle politiche economiche degli anni Trenta è e rimarrà per sempre irrisolta perché lo scoppio del conflitto mondiale, determinando come sempre politiche fiscali e monetarie di guerra, interruppe da una parte e portò all’estremo dall’altra l’esperimento keynesiano.
Questa volta, non essendoci per fortuna all’orizzonte la guerra, procederemo senza copione.

Vedremo dunque l’ennesimo formarsi di una bolla azionaria come mezzo per ricreare fiducia e invitare le imprese a investire? Vedremo l’espandersi ulteriore della base monetaria globale? Che succederà all’inflazione quando la base monetaria si trasformerà finalmente in offerta di moneta?
Che succederà quando i tassi saliranno e i bond di ogni ordine e grado inizieranno a flettere? Come verrà assorbito lo scoppio della bolla?

Ricadremo in una crisi ancora più grave, come abbiamo fatto ogni volta dal 1987 a oggi?
È qui che Keynes si troverà ad affrontare il suo primo vero grande esame. Superare il primo tempo di un dopocrisi a colpi di moneta sovrabbondante e disavanzi pubblici è relativamente facile. Più difficile sarà superare il secondo tempo senza produrre danni collaterali pesanti e ricadute nella crisi.

Al momento, in ogni caso, i mercati si trovano in circostanze eccezionalmente favorevoli. È un momento magico, uno sweet spot in cui tutto sorride a chi compra. La crescita è debole al punto giusto. Se fosse più forte metterebbe in discussione le politiche delle banche centrali, se fosse ancora più debole toglierebbe legittimità al rialzo azionario. La Fed ha tutte le intenzioni di continuare a premere al massimo l’acceleratore, la Banca del Giappone e la Bce la stanno seguendo o si apprestano a seguirla su questa strada.
A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 282
IL VISCONTE TAKAHASHI

Storie giapponesi di novanta anni fa, ma forse anche di oggi

Il primo settembre 1923 la terra comincia a tremare a Tokyo. È mezzogiorno e nelle case i fornelli sono accesi per il pranzo. Migliaia di abitazioni prendono subito fuoco. La gente si riversa nelle strade ma il calore degli incendi scioglie l’asfalto e blocca i movimenti. In 38mila cercano rifugio in un grande deposito dell’esercito, ma il fuoco li raggiunge anche lì e li incenerisce tutti. Le fiamme sono alimentate da un tifone e proseguono per giorni. Scoppia subito un’epidemia di tifo. Le vittime sono 148mila, le case distrutte mezzo milione. Si diffonde la voce che gli incendi sono stati appiccati dai coreani. Non è vero, ma in una settimana le ronde di quartiere ne massacrano 10mila.

Il Giappone del 1923 è la nona potenza industriale del mondo ed è governato da un’élite anglofila e liberale, che nella Grande Guerra si è schierata dalla parte giusta e ha avuto in premio la possibilità di mettere un
piede in Manciuria. Il terremoto blocca però il paese, che entra in stagnazione in una fase in cui l’economia globale è in crescita. Le banche vengono sostenute con prestiti del Tesoro, ma nel 1927 si diffonde il panico e la borsa di Tokyo si dimezza di valore.

Si cerca di ridare fiducia preannunciando con largo anticipo l’adozione della parità aurea a partire dal gennaio 1930 (così come si fa ai giorni nostri in Europa orientale quando si prospetta l’ingresso nell’euro). La parità viene adottata nei tempi previsti e con uno yen sopravvalutato. L’intenzione è quella di provocare deflazione all’interno, in modo da rendere più competitivo l’export giapponese. Il timing è quanto mai infelice (come aprire la finestra, commenta un industriale, mentre sta arrivando il tifone) e la deflazione, già nell’aria, irrompe con forza.
L’uomo che ha il coraggio di prendere rapidamente atto che la parità aurea rischia di fare precipitare un’economia che fino a quel momento è comunque riuscita a contenere i danni è il nuovo ministro delle finanze, il visconte Takahashi. Figlio illegittimo di una famiglia di piccolissima nobiltà e allevato da un pastore americano nella fede protestante, Takahashi se ne parte dodicenne per l’Inghilterra e poi per la California. Si adatta a qualsiasi lavoro. Quando torna inizia la sua carriera nei ministeri e nella Banca del Giappone, di cui diventa governatore. Negli anni Venti guida un governo, ma è nella veste di ministro delle finanze, dal 1931 al 1936, che dà, già ottantenne, il meglio di sé.

Da anglofilo appassionato, Takahashi segue con grande interesse la vicenda dell’abbandono della parità aurea da parte della Gran Bretagna. È il settembre del 1931 e già in dicembre anche il Giappone è fuori. Lo yen inizia subito a scendere (alla fine avrà svalutato del 40 per cento). I tassi d’interesse vengono dimezzati, dal 6 al 3 per cento. La Banca del Giappone effettua acquisti massicci di titoli governativi, un Quantitative easing ante litteram. La spesa pubblica viene subito aumentata nonostante il Giappone abbia già un debito pubblico pari al 50 per cento del Pil, per l’epoca molto alto.
A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 283
Grazie a Takahashi il Giappone riduce a due trimestri non terribili il tributo alla Grande Depressione e inizia subito a riprendersi mentre il resto del mondo si inabissa. Le esportazioni migliorano rapidamente, poi è la volta dei consumi e infine degli investimenti. Dal 1932 al 1936, gli anni di Takahashi ministro, il Pil giapponese cresce del 55 per cento.

continua,,,.......
A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 284
Purtroppo la ripresa coincide con il diffondersi di idee ultranazionaliste e imperialiste nei ranghi intermedi dell’esercito e poi nello stato maggiore. Il boom economico, si dice, crea un fabbisogno di materie prime che solo l’espansione in Cina e oltre potrà soddisfare. L’imperatore, che ha studiato in Inghilterra, e l’élite anglofila cercano di contrastare queste pressioni. L’Occidente non li aiuta molto. L’America vara leggi razziali contro l’immigrazione dal Giappone e la Gran Bretagna, timorosa per le sue colonie asiatiche, rafforza la sua marina ma vota alla Società delle Nazioni contro il riarmo giapponese.

Ironia della storia, Takahashi viene ucciso da un colonnello nel 1936 nel corso di un golpe organizzato da quell’esercito che tanti vantaggi aveva ricavato dalla nuova politica economica. Il golpe fallisce, ma i partiti si ritirano sempre più dalla scena.

Sotto pressione dell’esercito e della marina le spese per il riarmo accelerano. L’inflazione, molto contenuta sotto Takahashi, diventa iperinflazione. È l’ennesima prova del fatto che le politiche di reflazione, corrette quando abbondano le risorse inutilizzate, diventano pericolose quando chi ha il potere si ingolosisce (e accade quasi sempre) e forza la crescita oltre i limiti del sistema.

continua.........
A. RICCARDO P.
user 48749742
Brescia, BS
Post #: 285
Alle politiche di Takahashi si ispira da settembre Shinzo Abe, cultore di storia e nazionalista acceso. Abe vuole un’economia forte perché vuole un esercito forte, ma ha imparato a dire queste cose sottovoce dopo che nel 2007 è stato estromesso dal potere per avere provocato eccessive tensioni con la Cina.

I mercati, nel valutare l’Abenomics, fanno finta di non vedere questoaspetto, che però esiste ed è uno dei punti deboli del grande programma di rilancio.

Sia chiaro, anche l’élite cinese ha promosso dal 1978 la crescita con un occhio e forse due al rafforzamento militare del paese. L’Asia orientale, a differenza dell’Europa, non ha rimosso le ferite profonde del Novecento. In compenso non è azzardato dire che chi rilancia l’economia con finalità nazionalistiche di solito fa molto sul serio.

Come Takahashi, Abe si trova alle prese con un’economia globale fragile e con un Giappone immerso nella deflazione e profondamente indebolito da un terremoto, che obbligando alla riconversione dal nucleare al petrolio ha mandato la bilancia commerciale (uno dei punti di forza rimasti) dal nero al rosso.

La svalutazione dello yen, avviata verso il 40 per cento, sta seguendo quasi con il pantografo quella del 1932 (che però, in overshooting, arrivò per qualche tempo fino al 60). La politica monetaria non può essere identica nella forma, dal momento che i tassi sono già a zero (l’espansione della base monetaria, in compenso, sarà più aggressiva), ma sarà simile nello spirito. Lo spirito è quello di cercare a bella posta di apparire temerari e perfino irresponsabili. Solo in questo modo, si suppone, si possono davvero modificare le aspettative sull’inflazione.

La stessa volontà di dare scandalo è presente nella politica fiscale. Lo scandalo non sta nei numeri (tanto in Takahashi quanto in Abe il disavanzo aggiuntivo è molto meno ampio di quello che si può pensare) ma nell’andare controcorrente e non darsi all’austerità .
Per quanto descritto fin qui Shinzo Abe è portato sugli scudi da tutti i keynesiani americani e gli antimerkeliani europei. A ragion veduta, possiamo ben dire. Quella che gli uni e gli altri fanno però finta di non vedere è la terza freccia dell’Abenomics, quella delle riforme dal lato dell’offerta.

Abe vuole infatti liberare gli spiriti animali dei giapponesi e scuoterli, prima ancora che dal declino, dal torpore. Non è certo la prima volta che un governo appena insediato a Tokyo vara una lenzuolata di buoni propositi ricchi di espressioni poetiche.
Programma per un bellissimo Giappone era il nome che il governo precedente aveva scelto per il suo piano. Programma per la pace mentale è il titolo della sezione dedicata alla previdenza nel piano di Abe.

continua......
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