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| Alberto Conti | |
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(ANSA) - TEL AVIV, 21 APR - L'ondata di sdegno per le parole del presidente iraniano Ahmadinejad oggi si e' sovrapposta alla commemorazione della Giornata annuale della Shoah.
Per ricordare i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti l'intero paese stamani si e' fermato per due minuti di raccoglimento mentre in tutto il territorio risuonavano le sirene. ''Israele e' forte, e una seconda Shoah non avverra' '' ha assicurato il premier Benyamin Netanyahu. Alle solenni cerimonie nazionali (a cui ieri hanno partecipato le massime cariche istituzionali) si e' sovrapposta quest'anno la ondata di sdegno per l'intervento ieri alla Conferenza dell'Onu sul razzismo del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Le consuete cerimonie del 'Yom ha-Shoah' (la giornata dell' Olocausto) si svolgono dunque in un clima di particolare indignazione. Nelle scuole le lezioni odierne sono dedicate allo sterminio del popolo in ebraico in Europa, mentre alla Knesset (parlamento) saranno letti per diverse ore i nomi di ebrei uccisi dai nazisti. Da ieri nell'intero Paese viene osservato il lutto nazionale. In Israele la Giornata della Shoah viene celebrata otto giorni prima della Giornata dell'Indipendenza: un modo di sottolineare le vicissitudini del popolo ebraico nel secolo scorso, dal baratro delle persecuzioni alla vetta della conquistata liberta'. L'indignazione israeliana per le parole pronunciate ieri da Ahmadinejad alla conferenza Durban 2 dell'Onu a Ginevra viene graficamente espresso dal quotidiano Yediot Ahronot che sotto il titolo ''Mai piu''' accosta in prima pagina una stella gialla (come quelle imposte dai nazisti agli ebrei) all'immagine di Ahmadinejad a Ginevra. Sulla stampa dure accuse sono lanciate in particola alla Svizzera, per la accoglienza riservata a un leader che predica la eliminazione di Israele.(ANSA) Razzismo, vertice di Ginevra riprende dopo boicottaggio di ieri I delegati che sono riuniti al vertice di Ginevra stanno cercando di portare avanti il testo comune sul razzismo e ignorare le aprole del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che hanno scatenato la reazione dei delegati europei, i quali ieri hanno abbandonato la sala. Ahmadinejad, l'unico capo di Stato a partecipare al vertice, aveva definito Israele "un governo totalmente razzista", nel suo discorso di apertura al summit di Ginevra. Dozzine di delegazioni hanno abbandonato l'aula, incluse quelle dei 23 stati dell'Unione Europea presenti. Molte hanno fatto ritorno in sala più tardi, a eccezione della Repubblica Ceca, che ha annunciato il boicottaggio del vertice, così come era stato fatto dalle potenze occidentali. Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e quattro paesi europei, Italia, Germania, Polonia e Repubblica Ceca non prenderanno parte, così come Israele, al summit, per non legittimare gli attacchi a Gerusalemme. I delegati ancora presenti a Ginevra sperano di adottare in tempi rapidi il nuovo testo sul razzismo, che comprende temi come gli attacchi ai lavoratori stranieri e le connessioni tra povertà e discriminazione, per riportare l'attenzione sui temi originari del meeting. Ma in Medio Oriente continua a tenere banco il discorso pronunciato dal presidente iraniano ieri, con i gruppi ebraici che hanno etichettato l'intervento come scandaloso e i paesi arabi che hanno manifestato preoccupazione per la situazione nei territori occupati da Israele. Il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Malki ha definito l'occupazione israeliana come "la peggiore violazione dei diritti umani" e "il volto peggiore del razzismo e della discriminazione razziale". "La continua sofferenza che il popolo palestinese deve soffrire per via della peggior forma politica razzista, com'è l'occupazione con la forza, deve finire", ha detto il ministro, che ha definito la Barriera tra Israele e la Striscia di Gaza "un muro di segregazione razziale". "UN LUNGO CAMMINO DAVANTI" Il ministro della Giustizia del Lesotho Mpea Mahase-Moiloa ha dichiarato che il boicottaggio è stato una cosa spiacevole e ha fatto notare come ci sia ancora una grande mole di lavoro da fare per risolvere la situazione del razzismo mondiale e delle tensioni etniche. "Questo episodio è una chiara testimonianza del lungo cammino che ci attende", ha detto dinanzi all'assemblea dell'Onu. Il ministro del Lesotho non ha chiarito, però, se la sua dichiarazione si riferisse al discorso di Ahmadinejad o all'uscita dalla sala da parte dei delegati europei. Gli attacchi ad Israele avevano già spinto gli inviati di Gerusalemme e quelli statunitensi ad abbandonare la conferenza sul razzismo del 2001. Il punto che, in questa occasione, ha spinto gli Stati Uniti a non partecipare proprio al meeting è quello che, nel paragrafo introduttivo della bozza del nuovo documento, fa riferimento al testo adottato otto anni fa. Mentre nel nuovo documento di Ginevra non si fa nessun accenno ad Israele e alla situazione mediorientale, il testo del 2001 aveva ben sei paragrafi dedicati solo a questo tema. "Sarà una sconfitta per Ahmadinejad perchè ci sarà, entro stasera, l'approvazione del nuovo testo", ha detto il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner alla radio Europe 1. La Francia è rappresentata al meeting dal suo ambasciatore a Ginevra. Juliette de Rivero, esponente dell'Human Rights Watch, ha puntualizzato come sia importante per tutti i paesi concentrarsi sul vero tema della conferenza e non farsi portare fuori strada dagli appunti iraniani. "La miglior risposta alla retorica di Ahmadinejad è stare a Ginevra e controbattere", ha fatto sapere tramite un comunicato. "Nonostante lo spiacevole discorso del presidente iraniano, i governi mondiali possono ancora far avere una valenza importante a questo vertice e assegnare un mandato forte all'Onu per combattere il razzismo". Edited by Alberto Conti on Apr 21, 2009 3:15 PM |
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| Alberto Conti | |
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Chi ama il bene comune ama la verità.
Noi da che parte stiamo? |
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| Alberto Conti | |
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Certo che è difficile dare un senso alla difficile ricerca della "verità" conciati come siamo:
Il “devastante degrado” della libertà di informazione e di critica nel settore televisivo e il controllo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul servizio pubblico Rai Tv sono stati portati all’attenzione del Consiglio d’Europa – Assemblea Parlamentare, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Commissario per i diritti umani – da due ex deputati del Palamento italiano ed europeo, Lucio Manisco e Giuseppe Di Lello, e dal giornalista Alessandro Cisilin, che hanno motivato il loro esposto con le misure censorie e disciplinari adottate nei confronti dei due programmi di giornalismo investigativo condotti da Milena Gabanelli e da Michele Santoro e con quanto riferito dalla stampa italiana sulle interferenze dello stesso presidente del Consiglio sulle nomine dei vertici Rai, per statuto di competenza del suo consiglio di amministrazione. L’esposto, depositato al Consiglio d'Europa, si richiama all'articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali, nonché a due risoluzioni, approvate a larghissima maggioranza nel 2004 dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d'Europa, che avevano denunziato nel nostro paese il conflitto di interessi tra proprietà e controllo delle aziende televisive da parte di Silvio Berlusconi e le sue funzioni istituzionali di presidente del Consiglio. “I rilievi sono stati ignorati o disattesi negli ultimi cinque anni dai governi Prodi e Berlusconi”, hanno sottolineato i promotori dell'esposto, che hanno poi documentato i provvedimenti promulgati dai vertici Rai contro “Report” e “Annozero” a seguito degli attacchi portati ai programmi stessi dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti e dallo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. L’esposto ha chiesto quindi agli organi competenti del Consiglio d’Europa il varo di una “indagine conoscitiva” e di un“monitoraggio di questi e prevedibili nuovi attacchi alla libertà di informazione in Italia”, nonché un richiamo al governo e al Parlamento della Repubblica Italiana acciocché osservino i rilievi già avanzati dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d’Europa. All’esposto sono stati allegati due recenti articoli della stampa britannica sul rischio di un'involuzione fascistica in Italia, nonché una pubblicazione redatta nel 2004 dagli stessi firmatari, tradotta in tre lingue, sull'informazione nel nostro paese dopo la “scesa in campo” di Silvio Berlusconi. Se anche "l'Europa" ci risolvesse questo problema, il problema successivo è l'Europa stessa così com'è diventata. |
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| Enrico Nannetti | |
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...sparano in faccia a gente disarmata... ecco il video integrale... è un tiro al bersaglio a un popolo chiuso affamato, assetato, privo di tutto e chiuso in un recinto.... ovviamente la religione non c'entra: qui si vuole spodestare con l'uso della violenza disumana dei cittadini che legittimamente popolano il loro territorio, ricco di giacimenti di acqua e di gas...
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| isabella | |
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come direbbe lapo elkan
branding fiat in questo caso fa riflettere e non poco... oltre ad una tristezza infinita ed un enorme senso di impotenza una sola parola BASTARDI!!! |
| Enrico Nannetti | |
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...è una guerra di conquista... e nell'esercito l'ordine si esegue e non si discute. Israele è una società militarizzata, e come tale si comporta. Il problema è a monte, nel chi arma un popolo e lo mette in condizioni di annientarne un altro. A monte c'è l'industria bellica, i loro proprietari, e i loro procacciatori d'affari, che spesso sono i ns politici...
Disarmo.org Entro il 16 aprile le commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno esprimersi sul programma di riarmo aeronautico presentato dal ministro della Difesa, che prevede l'acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco F-35 Lightning II nell'arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro. (... continua) Cosa fare? Si potrebbe cominciare a fare un elenco delle società collegate all'industria della morte, e provare a non finanziarle rinunciando ai loro prodotti e servizi... Credo che tu Isabella ne avessi già fatto uno tempo fa: credo che occorre tenerlo aggiornato ben in evidenza puntato sul board di questo MU 60... |
| isabella | |
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ma la legge non dovrebbe essere uguale per tutti????
ESERCITO ISRAELE SI AUTOASSOLVE, NESSUN CRIMINE A GAZA (ASCA-AFP) - Tel Aviv, 22 apr - L'esercito israeliano difende la condotta tenuta durante i numerosi raid su Gaza all'inizio di quest'anno, respingendo le accuse di aver violato le leggi internazionali. La Israel Defence Forces (IDF) ha diffuso un comunicato nel quale sostiene di aver effettuato cinque diverse indagini interne che non avrebbero evidenziato abusi di nessun genere. L'esercito ''ha mantenuto un alto livello professionale e morale'', si legge nel comunicato che accusa invece Hamas di aver ''piazzato esplosivi nelle abitazioni, di aver aperto il fuoco dall'interno delle scuole frequentate dai loro figli e di aver usato la propria gente come scudi umani''. L'IDF sostiene di aver compiuto ogni sforzo per evitare perdite fra i civili, lanciando su Gaza oltre due milioni di volantini ed effettuando oltre 165 mila telefonate ai residenti di Gaza per avvertirli degli attacchi imminenti. I ventidue giorni di guerra a Gaza hanno causato la morte di 1.400 palestinesi e 13 soldati israeliani. Le Nazioni Unite hanno nominato una Commissione d'inchiesta guidata dall'ex procuratore internazionale Richard Goldstone, ma Israele ha gia' annunciato di non voler cooperare con l'indagine. fonte ______________________________________ Israele si autoassolve sul massacro di Gaza: «Solo piccoli incidenti» L'esercito israeliano ha presentato il risultato delle cinque indagini interne sulla condotta dei soldati durante l'operazione «Piombo fuso»: ne risulta che l'esercito «ha mantenuto un alto livello professionale e morale». Human Rights Watch giudica il rapporto «privo di credibilità», l'Onu avvia una commissione d'inchiesta internazionale L’esercito israeliano ha difeso ieri la condotta tenuta durante l’operazione Piombo fuso, che ha causato in 22 giorni d’inferno [dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio] la morte di 1415 palestinesi di cui la maggiorparte civili. La Israel defence forces [Idf] ha diffuso un comunicato nel quale sostiene di aver effettuato cinque diverse indagini interne, che non avrebbero evidenziato abusi di nessun genere. L’esercito «ha mantenuto un alto livello professionale e morale», si legge nel comunicato redatto dal generale Dan Harel, che accusa Hamas di aver «piazzato esplosivi nelle abitazioni, di aver aperto il fuoco dall’interno delle scuole frequentate dai loro figli e di aver usato la propria gente come scudi umani». L’Idf sostiene di aver compiuto ogni sforzo per evitare perdite fra i civili, lanciando su Gaza oltre due milioni di volantini ed effettuando oltre 165 mila telefonate ai residenti di Gaza per avvertirli degli attacchi imminenti. I soldati israeliani rimasti uccisi sono 13, molti per «fuoco amico». Secondo l’ong Human Rights Watch «Le conclusioni delle inchieste interne dell’esercito israeliano che lo discolpano da qualunque violazione del diritto internazionale durante la guerra a Gaza sono prive di credibilità, e confermano la necessità di un’inchiesta internazionale». Le Nazioni unite, e in particolare il Consiglio dei diritti umani, ha infatti incaricato l’ex procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda, Richard Goldstone, di indagare su «tutte le violazioni dei diritti umani» nel corso dell’offensiva israeliana, e ha nominato una Commissione d’inchiesta ad hoc. Israele ha già annunciato che non intende cooperare con l’indagine, Hamas ha invece fatto sapere che collaborerà. Al centro dell’autoassoluzione dell’esercito israeliano ci sono cinque diverse indagini su alcuni degli episodi più controversi dell’operazione Piombo fuso. Le indagini, coordinate dal colonnello Tamir Yidai, ex comandante della brigata Golan, dovevano servire ad appurare se l’esercito avesse sparato contro strutture mediche palestinesi e delle Nazioni unite, ucciso palestinesi innocenti, usato armi al fosforo bianco e distrutto infrastrutture e case di palestinesi durante le operazioni di terra. Episodi come gli attacchi alle scuole e agli edifici e alle strutture gestiti dalle Nazioni unite o il bombardamento di una casa nei sobborghi di Zeitun, nel sud di Gaza City, che ha provocato la morte di 21 membri di una stessa famiglia, sono per Tsahal, «un piccolo numero di incidenti», causati da «errori operativi o di intelligence». «Questi sfortunati incidenti sono inevitabili e accadono in tutte le situazioni di combattimento, in particolare in quelle a cui ci costringe Hamas, che sceglie di combattere tra la popolazione civile» Il generale Harel ha anche detto che «l’utilizzo a Gaza da parte dell’esercito di armi al fosforo bianco è sempre avvenuto secondo le regole precisate dalla convenzione di Ginevra». La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate di tutto il pianeta. Come ha scritto il quotidiano britannico The Times già durante i bombardamenti, «il Trattato di Ginevra del 1980 istituisce come norma internazionale il divieto dell’utilizzo del fosforo bianco in aree abitate da civili, ma non esiste un’interdizione della normativa internazionale a riguardo dell’uso del fosforo bianco come copertura schermante o mezzo di illuminazione del bersaglio. Tuttavia, Charles Heyman, esperto militare ed ex maggiore dell’esercito britannico, ha dichiarato: ‘Se il fosforo bianco è stato fatto esplodere laddove si trovava una folla di civili, qualcuno dovrà prima o poi risponderne alla Corte dell’Aia’». Il quotidiano oggi pubblica la notizia che durante la conferenza stampa di ieri che si è tenuta per presentare i risultati dell’inchiesta, per la prima volta, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato che non useranno più fosforo bianco: una vittoria delle inchieste e delle denunce del Times che aveva pubblicato le prove delle terribili conseguenze sui civili di questa arma, usata dall’esercito, ufficialmente, solo «per fare fumo». Oggi intanto inizia a Bil’in, a nord di Ramallah, la quarta Conferenza annuale internazionale sulla Resistenza popolare nonviolenta. Terminerà il 27 aprile, tra gli altri partecipa Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo, che sarà anche, domani a mezzogiorno, alla manifestazione nonviolenta organizzata per protestare contro il cosiddetto «muro dell’apartheid». fonte Edited by isabella on Apr 23, 2009 6:59 PM |
| Alberto Conti | |
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La “Reductio ad Hitlerum” di Ahmadinejād - 25/04/09
di Pino Cabras – Megachip Traduzioni diverse e inconciliabili, versioni misteriosamente sforbiciate, altre versioni arricchite da frasi mai pronunciate, un crash del sito presidenziale iraniano, pagliacci in sala, grandi assenti, alcuni presenti che se ne vanno in gregge. Tutto si può dire, sui discorsi del presidente dell’Iran, Mahmūd Ahmadinejād, ma non certo che passino lisci. Il suo discorso tenuto a Ginevra il 20 aprile alla Conferenza Onu sul razzismo non ha fatto eccezione. Si è visto il solito grande putiferio, le indignazioni e i trionfi. Ma soprattutto, grandissime manipolazioni a corto e a lungo raggio mediatico. Sullo sfondo, la questione della natura dello stato israeliano e le minacce di guerra all’Iran. Si è ripetuto il solito schema in cui tutti sembrano presi da un’incombenza senza sapersi distaccare da essa. Ahmadinejād si è fatto interprete di parole d’ordine dure, vulgate della storia che rappresentano Israele come una costruzione artificiosa e dannosa, e ha enfatizzato posizioni largamente condivise dall’opinione pubblica dei paesi islamici. Nelle parole pronunciate nel suo discorso non ha mai messo in dubbio l’Olocausto - come ha invece fatto ambiguamente in precedenti occasioni - ma diversi reportage del suo discorso di Ginevra si sono basati su questa frase non pronunciata. Israele da parte sua ha mobilitato una campagna di influenza e comunicazione su scala planetaria che pretende di considerare l’Iran come una minaccia militare terribile, immediata e concreta. Assieme agli USA, Israele è l’unica potenza in grado di esercitare una pressione così efficace e coordinata, totalmente integrata con le strategie d’intelligence e militari, nei confronti delle posizioni di politici, diplomatici e direttori dei media di tantissimi paesi. Gli organi d’informazione hanno amplificato una manipolazione della realtà che, parafrasando il padre dei neocon, Leo Strauss – potremmo definire «Reductio ad Hitlerum». La Reductio ad Hitlerum (o «reductio ad nazium») è un modo di dire ironico che indica, nelle vesti di una locuzione latina falsa, un trucco dialettico volto a squalificare un interlocutore politico. Lo stratagemma sta nel paragonarlo a un personaggio scellerato (nel caso di massima, Adolf Hitler). Questo espediente polemico, secondo una tipica fallacia logica che ricalca l’«Argumentum ad hominem», vuol portare a estromettere la persona che ne è bersagliata dal terreno del normale dibattito politico fino a impedire un confronto sostanziale con le sue tesi. Anche per Ahmadinejād i riferimenti a Hitler si sono sprecati, con il sottinteso che l’Iran, con il suo regime zeppo di poteri e contropoteri e la sua retorica anti-israeliana, non sia altro che la replica del ferreo regime totalitario e bellicista della Germania nazista. Una paragone storicamente insensato, ma su cui si baserà l’aggressione lungamente auspicata, il giorno che qualcuno porterà alle porte di Teheran un’altra guerra preventiva. Così, un discorso del tutto privo di novità rispetto al verbo iraniano degli ultimi trent’anni è diventato in tutto e per tutto un pretesto per alimentare un’isteria mediatica ben guidata, che ha coinciso con bandiere israeliane in mondovisione da Auschwitz, minuti di silenzio per ricordare la Shoah, e minacce militari sempre più esplicite nei confronti dell’Iran – quasi un ultimatum a Obama - da parte degli scalpitanti generali israeliani. Chi avesse voluto leggersi il discorso di Ahmadinejād sul sito ufficiale della Conferenza lo avrebbe trovato praticamente dimezzato, privo della sua reale portata argomentativa, già caricaturizzato. Come in altre occasioni, le sfumature sono state forzate dai traduttori. La mattina del 22 aprile il sito della presidenza iraniana è stato messo fuori uso e non ha potuto mostrare la versione ufficiale in inglese del discorso, intanto che le agenzie battevano la grancassa con le traduzioni “apocrife”. La versione “ufficiale” è infine ricomparsa, consentendo di risalire più fedelmente a quanto detto veramente dal presidente iraniano, anche nella versione italiana. Per quanto il discorso non sia un capolavoro di raffinatezza, esprime una posizione politica legittima. La presenza in Israele di norme che discriminano in base a un’appartenenza “razziale” è un dato di fatto. Qualche anno fa l’ex presidente statunitense Jimmy Carter è stato fatto bersaglio di critiche estremamente aggressive per aver scritto un libro intitolato, non a caso, Palestine, Peace Not Apartheid. Con Ahmadinejād la «Reductio ad Hitlerum» ha associato la critica a Israele a un odio nazista contro gli ebrei, e il polverone non ha più consentito distinzioni né valutazioni serene. L’operazione di mistificazione ha trovato molti complici. Esemplare in proposito un articolo di Gad Lerner su «la Repubblica» del 22 aprile 2009, intitolato “Astuzie iraniane”. Pur concedendo che Ahmadinejād «non è il nuovo Hitler», Lerner trova il modo di infilare una sottile falsità: «Non ha più ebrei da perseguitare in casa propria.» Invece l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica fra tutti i paesi a maggioranza mussulmana. Non solo: dopo Israele, l’Iran è la patria della seconda popolazione ebrea del Vicino Oriente. Gli ebrei sono esplicitamente tutelati dalla costituzione iraniana. A Teheran sono aperte 20 sinagoghe. E ci sono scuole, biblioteche, un grande ospedale gestito da un’organizzazione caritativa ebrea, frequentatissimi ristoranti kosher. Gli ebrei, in base alla legge, hanno diritto a eleggere un loro deputato in mezzo all’oceano demografico islamico. Sono dati facilmente verificabili e innegabili. Ahmadinejād può non piacerci e può farci rimpiangere la presidenza del suo predecessore Khātamī, che irresponsabilmente l’Occidente ha lasciato consumare senza risultati. Possiamo usare metri diversi per giudicare Israele. Ma nulla giustifica le falsificazioni e i loro fini bellici. |
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| Alberto Conti | |
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Il dato di fondo è che la campagna va avanti insistente, da molti anni. Nel maggio 2006 circolò ad esempio in tutto il mondo la storia raccontata da un eminente neocon in merito a una nuova presunta legge in Iran che imponeva agli ebrei e alle altre minoranze religiose l’obbligo di indossare dei distintivi colorati. L’articolo da cui si era originato il tam tam era stato pubblicato sul quotidiano conservatore canadese «National Post» e portava la firma dell’iraniano-americano Amir Taheri, un editorialista di casa anche al «Wall Street Journal» (Amir Taheri, A Colour Code For Iran’s ‘Infidels’, «National Post», 19 maggio 2006). A corredo dell’articolo c’era una foto del 1935 che mostrava un uomo d’affari ebreo di Berlino che aveva cucita sulla sua giacca la stella gialla a sei punte, come imponeva il regime nazista. L’articolo del 2006, e talvolta anche la foto del 1935, vennero ripresi da vari giornali, come il «Jerusalem Post» e il «New York Post» di Rupert Murdoch. La notizia, assieme alle dichiarazioni indignate che ne seguirono, era falsa. Taheri aveva preso spunto da una discussione nel Parlamento iraniano sul codice di abbigliamento appropriato per i mussulmani. In nessun punto della discussione ci furono mai riferimenti a distintivi da far indossare alle persone di altre confessioni. Il direttore del «National Post» cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Taheri scrisse un contrito editoriale di scuse per il grave errore (Douglas Kelly, Our mistake: Note to readers, «National Post», 24 maggio 2006).
Nel frattempo però la notizia aveva fatto il giro del pianeta, macchiando l’immagine iraniana con un persistente alone di falsa nazificazione. Come spesso accade, le smentite hanno meno spazio e arrivano tardi sulle emozioni che si sono sedimentate nella fase sensazionalista della notizia. Tralasciamo pure altri esempi di episodi e frasi pesantemente manipolati (su tutti la frase mai pronunciata su Israele da “eliminare dalle carte geografiche”). Sarebbero troppi i casi da citare. Possiamo limitarci a notare che in corrispondenza di fasi cruciali di valutazione della questione iraniana, in Occidente si moltiplicano gli articoli che mettono in cattiva luce l’Iran, ad esempio sui settimanali femminili. Ogni singolo caso di ingiustizie denunciate, preso per se, è degno di attenzione. Ma un lettore davvero attento deve accorgersi che il tutto fa parte di un clima, di uno 'stato spirituale' finalizzato alla demonizzazione coordinata, la “reductio ad Hitlerum”. Poiché la guerra di questo millennio tende a integrarsi sempre di più con il sistema delle percezioni dominato dai media, e poiché i piani di attacco all’Iran sono sempre presenti in questo scorcio di storia, la copertura mediatica sull’argomento dovrà essere sempre vista con un’attenzione critica in più. Cioè non credete di primo acchito neanche a una parola. Rileggete tutto. Confrontate tutto. |
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| Alberto Conti | |
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TORTO MARCIO
di Paolo Barnard Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì. Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia. Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele. Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere. Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica. Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante. Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale. |