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Quale verità?
"ZERO - Inchiesta sull'11 settembre"
il DVD

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Zeitgeist Addendum con sottotitoli in Italiano (sub ITA) - 123 min

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Terror Storm - 1:50:33

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Nel corso della storia, apparati criminali dei governi nazionali hanno architettato attacchi terroristici per volontà di dominio.
Terror Storm ne ripercorre quelli storicamente più rilevanti, dall'incendio del Reichstag al Golfo del Tonchino fino a quelli più recenti dell'11 Settembre e del 7/7 a Londra che sono trattati in maniera particolarmente approfondita.
E' il documentario più di successo girato dal combattivo ed appassionato regista Alex Jones, che è infatti arrivato nelle prime settimane dal lancio nella TOP 25 di Amazon dei film più venduti.
Da vedere e, come consiglia caldamente lo stesso regista, masterizzare ai conoscenti.
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Rebus Sequel, il ritorno

Riprendono su Odeon TV le trasmissioni di "Rebus, questioni di conoscenza".
Prima della nuova serie vera e propria (13 aprile), ci saranno 4 puntate denominate "Sequel" con le quali faremo il punto sulle cose dette in passato.
I macrotemi dei 4 appuntamenti saranno:

1 - ufologia
2 - complottismo, scie chimiche, 11 settembre 2001 e signoraggio;
3 - misteri dell'antico Egitto, Maya e 2012;
4 - i misteri celati nei Vangeli, la figura della Maddalena e S. Giovanni.

Appuntamento lunedì 2 febbraio alle 21.30 su Odeon e Odeon SAT (Sky827).


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Post #: 1,010
Z-Day 2009 Italia



Visita la pagina dello Z-Day 2009 nel Mondo. Dove si terrà lo Z-Day 2009 Italiano:

Clicca qui per la Mappa italiana interattiva

Biella

* Location: Museo del Territorio, Via Sella Quintino, 59, 13900 Biella (BI). (Mappa)
* Ora: 20:30 GMT+1 (Rome)
* Contatti: Associazione di volontariato Grilli biellesi. (Sito, discussione sullo Z-day del meetup.com/342)

Siena

* Location: Università degli Studi di Siena, San Miniato, Residenza Universitaria Siena (SI)
* Ora: 20.00 GMT+1 (Rome)
* Contatti: jackpalmieri@tiscali dot it

Carrara

* Location: Via Tenerani, 1 - 54033 - Centro Carrara Creare Underground
* Ora: 16:00 (GTM +1 Rome)
* Contatti: meetupcarrara@gmail dot com

Roma

* Location: Rome via G.Massaia n.15 (Garbatella zone)
* Ora: At 13.00 (01.00pm)In front of the Alice'cafè
* Contatti: morbokup@hotmail dot com

Padova

* Location: Per ora Parco Iris Padova, sulle panche vicino i bagni, chi ha di meglio da proporre vi prego non esitate!
* Ora: 14.00 (orari del parco ore 9.00-17.00).
* Contatti: fullconsulting@yahoo dot it

Vicenza

* Location: Viale dei Martira 12/5, Poiana Maggiore, 36026.
* Ora: Tempo da stabilire.

Trieste

* Location: Incontro-proiezione in Trattoria Sociale a Contovello, un paese prima di Trieste, sito sul Golfo di Trieste.
* Ora: pomeriggio e sera.
* Contatti: roby@konte dot it o al cell. 3402767446

Genova

* Location: Viale Ansaldo 2A/13
* Ora: At 21.00 (09.00pm)
* Contatti: sciuparodi@gmail dot com
Casa privata dotata di videoproiettore. Proiezione ZEITGEIST ADDENDUM e discussione (max 15 persone).

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Post #: 1,022
La Lehman Brothers (quelli che fanno le pagelle) fallisce,
i loro dirigenti si portano a casa lauti compensi (come da raggiungimento dei piani aziendali)
una volta si chiamava bancarotta fraudolenta,
ora serve a farsi nazzionalizzare,
così l'apparato statale ti sbriga il lavoro di segreteria e,
dulcis in fundo,
si può dare l'impressione di essere passati ad un tipo di economia con più presenza dello stato, con più regole (riflusso: la deregulation non và più di moda, Tremonti, Draghi e Padoa Schiappa non ne parlano più) più light, insomma:
non sarà minga un secondo 11 settembre?

P.S.:
www.finanzaonline.com­
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Post #: 1,036
lunedì 13 APRILE 2009
ore 20.50, Odeon e Odeon24 (SKY827)

REBUS MOVIE SPECIALE "ADDENDUM"

Per la prima volta in Italia un'emittente televisiva nazionale trasmette integralmente il discusso film-documentario di Peter Joseph "Zeitgeist -Addendum".
Due ore di analisi al vetriolo della nostra società e del sistema economico-finanziario su cui si basa, senza trascurare di lanciare precise accuse ai servizi segreti, alle corporations e al sistema bancario.

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Giappone, tutto il PD giapponese e importanti settori della società civile con Yukihisa Fujita per una nuova inchiesta sull’11/9.

da reopen911.info

Yukihisa Fujita, un membro della Camera alta del Parlamento giapponese ha appena pubblicato un libro intitolato: “Ridiscussione dell’11/9 al Parlamento giapponese – Obama può cambiare gli USA?”.
I coautori del libro sono David Ray Griffin, Yumi Kikuchi ed Akira Dojimaru.

Il parlamentare Fujita è membro in carica nonché ex direttore della Commissione per gli Affari Esteri e la Difesa. In questo ruolo ha rimesso in discussione l’11 settembre in Parlamento per tre volte. Fujita ritiene che una nuova inchiesta sull’11/9, in quanto giustificazione principale della “Guerra al terrorismo”, sia necessaria per trovare delle soluzioni pacifiche.

Un ricevimento ufficiale ha avuto luogo l’8 aprile all’hotel Tokyo Dome, in occasione della pubblicazione del libro di Fujita.

Questo evento è stato organizzato e promosso da un importante gruppo di sostenitori di Fujita, tra i quali il redattore capo del «Japan Times», numerosi deputati di spicco del partito democratico e svariati capitani d’industria.

Yumi Kikuchi, pacifista e attivista assai noto per le sue indagini sull’11/9, ha presentato una videoconferenza preparata dal coautore del libro, Akira Dojimaru, che si trovava in Spagna al momento dell’incontro. Nel corso della presentazione sono stati esposti in dettaglio i principali elementi in totale contraddizione con il resoconto ufficiale dell’amministrazione americana e dei mass media circa l’11/9, a chiara dimostrazione di come l’11/9 sia stato utilizzato costantemente per giustificare delle guerre.

Takao Iwami, un giornalista politico titolare di una rubrica sul quotidiano «Mainichi Shimbun» ha intervistato Fujita sul suo libro, sulle conseguenze dell’11/9 e sulla sua visione della politica mondiale.

Durante la seconda parte dell’evento Fujita ha ricevuto i saluti ufficiali dai seguenti relatori:

Tadashi Inuzuka, membro del Parlamento e della commissione per gli Affari Esteri e la Difesa.

Hideaki Seo, direttore della Sundai School, presidente del forum politico di Fujita.

Yukiyo Hatoyama, Segretario Generale del Partito Democratico giapponese.

Kazuo Tanigawa, ex-ministro della Difesa e ministro della Giustizia del partito liberale democratico ‘Minshuto’, attulmente al potere

Yasushi Kurokouchi, ex-ambasciatore in Svizzera, Nigeria e Tanzania..

Haruhiko Shiratori, padre di una vittima dell’11/9.

Yasuo Onuki, ex direttore delle redazioni Europa e USA di NHK (radiotelevisione pubblica giapponese)

Hiroshi Yamada, ex capo-redattore di delle redazioni USA ed Europa del quotidiano giapponese «Yomiuri».

Kyoji Takei, rappresentate di un importante sindacato operaio dell’industria tipografica giapponese.

Tutti i relatori hanno sostenuto incondizionatamente gli sforzi di Fujita nel sottolineare l’importanza delle questioni legate all’11/9 nel quadro di un’istanza di pace e di riconciliazione in Afghanistan e di protezione del carattere non belligerante della Costituzione giapponese.
L’articolo 9 della Costituzione giapponese vieta infatti qualsiasi atto di guerra da parte dello Stato. Il Giappone ha formalmente rinunciato al diritto sovrano di muovere guerra e ha bandito l’impiego della forza per risolvere e comporre i conflitti internazionali. L’articolo 9 dichiara altresì che per perseguire tali obiettivi, il Giappone non manterrà forze armate con un potenziale militare. Tuttavia, i movimenti conservatori che sempre più pressanti chiedono una revisione dell’articolo 9 affinché il Giappone possa giocare un ruolo di maggiore rilievo nella sicurezza mondiale, stanno utilizzando l’11/9 come giustificazione sostanziale delle loro richieste.

In chiusura, un saluto ufficiale di Ichiro Ozawa, capo dell’opposizione e del Partito Democratico del Giappone, è stato letto al pubblico. Nel corso di tale saluto, Ozawa ha chiesto a Fujita di perseverare con il suo lavoro.

Le seguenti personalità hanno ufficialmente manifestato il loro sostegno a questo evento:

- Katsuhiro Suzuki, portavoce del gruppo di supporto.
- Takuhiko Tsuruta, presidente dell’associazione degli abitanti della prefettura di Ibaragi
- Masanori Endou, presidente dell’associazione Fujimizu – ex governatore di Bunkyo-ku, Tokio.
- Sachio Endo, presidente della confederazione sindacale locale di Tokyo (Tokyo Local Japanese Trade Union Confederation)
- Ichiro Ozawa, capo del PD
- Azuma Koshiishi, presidente della Camera dei Consiglieri del PD.
- Naoto Kan, portavoce del PD
- Yukiyo Hatoyama, Segretario generale del PD
- Katsuya Okada, membro della Camera dei Rappresentanti, ex presidente del PD,.
- Seiji Maehara, membro della Camera dei Rappresentanti del PD.
- Mr. Terashima, presidente onorario del Japan Research Institute ed ex direttore (1987-1991) della Mitsui Coporation USA.
- Yukika Arima, presidente dell’associazione per il soccorso e l’assistenza
- Takao Iwami, giornalista
- Minoru Morita, giornalista
- Zuusaburou Shigeki, presidente della Kikkoman Corp.
- Kazuhisa Ogawa, analista militare
- Toshiaki Ogasawara, presidente del quotidiano «Japan Times», il più diffuso tra i giornali in lingua inglese
- Hironobu Narisawa, sindaco di Bunkyu-ku, Tokyo.
- Souya Hayama, presidente di Olympia Co. S.A.
- Masaaki Hiyama, presidente di San Trade Co.
- Tetsu Komatsu, avvocato.
- Masakazu Hagiya, avvocato
- Tsunetaka Tanaka, presidente di Hinomoto Jomae Co.
- Masatake Makamura, presidente del Comitato sindacale giapponese di elettricità, elettronica e informazione
- Kyoji Takei, presidente del Comitato sindacale giapponese dei poligrafici

Per la prima volta, l’ampio sostegno fornito alla lotta di Fujita nella denuncia delle menzogne ufficiali sull’11/9 potrebbe diventare decisivo al momento delle elezioni, che dovranno avere luogo al più tardi entro ottobre. Tuttavia, il governo è messo sotto pressione per trovare occasioni favorevoli, mentre il paese è preda della peggiore recessione dai tempi della Seconda Guerra mondiale. Se il partito di Fujita dovesse vincere le elezioni, le cose potrebbero davvero cominciare a cambiare.

24 aprile 2009, Heiner Buecker (http://www.911video.d...­)
Traduzione dal tedesco di Perry per ReOpenNews, tradotta in italiano da Milena Finazzi per Megachip


COMUNICATO DI GIULIETTO CHIESA, EUROPARLAMENTARE

Leggo sul sito www.megachip.info, che riprende la notizia da «Reopen911», che il Partito Democratico Giapponese, uno dei maggiori partiti di quel paese, ha appoggiato ufficialmente l'iniziativa del deputato Yukihisa Fujita, ex direttore del Comitato della Camera Alta per la Sicurezza e la Difesa, per una riapertura dell'inchiesta sulla tragedia dell'11 settembre 2001.
Considero questa come una notizia di prima grandezza. Che naturalmente il mainstream italiano ignorerà. Ma di questo non sono stupito.

Sono stupito sempre di più che l'intero schieramento italiano di Centro Sinistra e di Sinistra continui a ignorare questo gigantesco problema...

... continua su
www.megachip.info
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11 settembre, intervista a Giulietto Chiesa



16 luglio 2009 - di segnalidalfuturo

Abbiamo avuto modo di incontrare e intervistare Giulietto Chiesa, autore con Franco Fracassi del documentario Zero – Inchiesta sull’11 settembre, che mette in forte discussione le tesi della versione ufficiale di quella tragica giornata.Con lui abbiamo potuto approfondire alcuni argomenti che in questi anni hanno suscitato un forte interesse e che hanno provocato anche polemiche feroci.

Ovviamente, sentiremo presto cosa ha da dire chi la pensa in maniera molto diversa.

La prima cosa che mi chiedevo è come le è venuta in mente l’idea del documentario. Da cosa è partito?
Il mio lavoro d’indagine è cominciato il 12 settembre, quindi subito, perché per me era evidente fin dall’inizio che la spiegazione che era stata data non fosse plausibile. All’inizio, pensavo che fossimo in pochi ad avere questa opinione, ma poi sono arrivate decine di migliaia di persone, tra cui degli esperti.
Il primo che si espresse pubblicamente fu Andreas Von Bülow, ex ministro delle comunicazioni tedesco, un parlamentare autorevole che in un articolo sull’Herald Tribune disse che per un’operazione del genere era necessario l’impegno di più di un servizio segreto.
Io invece ho scritto un libro chiamato La guerra infinita, uscito a marzo 2002, in cui ho messo assieme queste informazioni. Insomma, ho fatto quello che dovrebbe un giornalista degno di questo nome, cioè trovare una spiegazione a fatti inspiegabili. Quando i fatti sono palesemente inspiegabili, bisogna trovare una spiegazione razionale. Se il racconto che viene offerto non sta in piedi, è evidente che qualcuno mente. Questa è la metodologia utilizzata. In seguito, ho fatto tesoro della ricchezza di informazioni che sono iniziate a uscire sui media alternativi, perché l’altra cosa che mi ha colpito subito è che c’era una congiura del silenzio. Di fronte all’evidenza, come dimostrato in seguito, dell’infondatezza della versione ufficiale, si sarebbe potuto immaginare che ci sarebbe stata una grande quantità di inchieste e di indagini, mentre invece il mainstream mondiale ha tirato giù la saracinesca e ha smesso di occuparsene, nonostante fosse evidente (e lo è ancora oggi) che la versione ufficiale ha come minimo dei giganteschi problemi di incongruenza.
Domanda: come mai l’intero mainstream mondiale a metà del 2002 aveva già smesso di occuparsi di questo problema e non lo ha mai riaperto, in nessun caso, se non di fronte alla costrizione provocata da alcuni eventi? In alcuni casi la notizia è talmente forte che non la si può tacere e quindi esce, ma poi viene immediatamente richiusa, perché il mainstream lavora al servizio di chi ha fatto l’11 settembre.
Per il mainstream, la corrente funziona al servizio delle stesse persone, non da ieri, ma da 25-30 anni, questa è il contesto debordiano in cui noi viviamo. Io, prima di conoscere Debord, l’avevo definita la grande fabbrica dei soldi della menzogna, rappresentata dal mainstream mondiale, altro che villaggio globale…

In questo senso, è stato difficile vendere il documentario?
E’ stato impossibile vendere il documentario per le stesse ragioni espresse sopra. Comunque, io ho lavorato per molto tempo, poi sono arrivato a una conclusione. Siccome avevo fondato un’associazione che si chiama Megachip – Democrazia nella comunicazione, con svariate decine di amici abbiamo lavorato a un’analisi di certi aspetti e sono arrivato alla conclusione che raccontare l’11 settembre a parole sarebbe stato impossibile, perché le parole non possono competere con gli occhi. L’ispiratore di questo cambio di marcia operativo è stato Sartori, che ha scritto un libro bellissimo intorno al 2002-2003, Homo videns, che io da allora reclamizzo sempre. Il libro parlava giustamente di una mutazione antropologica, in cui l’homo videns ha un’altra natura rispetto all’homo legens, che è razionale, come quello che ascolta la radio. Invece, l’homo videns non è più razionale, non può esserlo per ragioni neurofisiologiche, e chi ha capito questo cambiamento ha capito la politica nuova e ha costruito la politica nuova del mondo. Chi ha dato vita all’11 settembre conosce perfettamente l’homo videns e ha organizzato tutto perché fosse visto.
Quindi, ho cominciato a pensare che avrei potuto scrivere quanti libri volevo e raccogliere tutte le informazioni possibili, ma non avrei cavato un ragno dal buco se non fossi riuscito a farlo vedere. Per questo abbiamo deciso di realizzare un film. Come farlo, visto e considerando che non ci sarebbero stati finanziatori? L’unica possibilità era raccogliere i soldi tra gente che condivideva il senso di questa ricerca. Quindi lo abbiamo fatto, arrivando a circa 450.000 euro, io ne ho messi di mio 30-40.000 euro in qualità di europarlamentare, e complessivamente circa 400 persone ci hanno dato dei soldi. Quasi tutti quelli che ci hanno lavorato lo hanno fatto gratis.

A livello tecnico si tratta di un documentario notevole, a differenza di altri prodotti italiani c’è una regia forte e un bella fotografia…
C’è una bella fotografia e un ottimo montaggio, che secondo me in alcuni punti è stato decisivo. Ma quasi tutti hanno lavorato gratis. A cosa ci è servita quella piccola somma? A parte le spese tecniche inevitabili, come i viaggi quando siamo andati a Chicago, la cosa essenziale era l’acquisto di immagini, dove abbiamo investito la maggior parte delle risorse. Siamo andati alla ricerca di tutte le immagini che ci sembravano funzionali al ragionamento e abbiamo acquistato i diritti. Era l’unica condizione per poter uscire nei cinema e poi vendere il prodotto alle grandi catene.

In questo senso, voi avete anche fatto dei cambiamenti nelle varie versioni…
E’ evidente, perché alcune cose sono apparse più forti, altre più deboli. Altri argomenti non erano affrontabili soltanto citandoli, perché se li affronti devi approfondirli e spiegarli. Noi prima abbiamo fatto un piccolo esperimento per trovare la metodologia da adottare con un documentario che si chiamava Sette domande sull’11 settembre, tutto composto di materiali commentati da noi, ma presi dai media. Lì c’era anche l’United 93. Io l’ho usato nella fase precedente al film per sapere quanta gente conoscesse l’esistenza di questo problema, non tanto per mostrare la mia versione dei fatti. Abbiamo svolto una verifica attraverso una procedura sperimentale, dopo aver fatto tutto questo percorso e conoscendo le difficoltà del problema, le reticenze e le preoccupazioni, come per esempio il fatto che tutta la sinistra, parlamentare e non, su questo problema abbia taciuto completamente, una cosa singolare. Ho capito che c’erano degli ostacoli politico-psicologici molto forti e quindi cosa ho fatto?...

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L’inchiesta. Tutto quello che non avrebbero voluto farci sapere sull’11/9



di Carlo Bonini - «Il Venerdì di Repubblica», 28 agosto 2009.

Segue una nota di «Megachip» a cura di Pino Cabras.

I rapporti tra Kissinger e i sauditi. Quelli tra il direttore della Commissione d’inchiesta sull’attentato e i fedelissimi di Bush jr. Nell'anniversario della strage, un cronista del «New York Times» svela chi ha lavorato per insabbiare la verità.



Nella disastrosa eredità consegnata all’America e al mondo intero da due mandati presidenziali repubblicani, c’è una ferita più profonda di altre che ha a che fare con la Verità e la Menzogna. Con le premesse dell’11 settembre e le sue conseguenze. E come sempre accade nelle grandi democrazie, il tempo, da solo, non è mai una buona medicina. Perché l’oblio non è una risposta. Per questo, a otto anni di distanza da quel giorno che ha cambiato per sempre il corso della Storia, la domanda su quella mattina di orrore e di sangue non è più «come è potuto accadere», ma un’altra. A ben vedere cruciale. Chi è il padre della verità sull’11 settembre? Chi, dunque, davvero ne ha indirizzato il percorso e gli approdi?

... continua
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Come è noto, la verità ufficiale sull’11 settembre ha la firma di una Commissione d’inchiesta (9/11 Commission) bipartisan del Parlamento americano (cinque repubblicani e altrettanti democratici), che, nell’estate del 2004, rassegnò le proprie conclusioni e raccomandazioni al termine di un lavoro i cui atti, disponibili in rete e raccolti per altro in un volume, sono diventati nel tempo un testo di diffusione mondiale. A quelle conclusioni – che di fatto non riuscirono a individuare responsabilità politiche cruciali né nell’amministrazione repubblicana di allora né in quella democratica che l’aveva preceduta, ma al contrario, illuminarono solo una lunga catena di falle nel sofisticato, ma burocratico, apparato della sicurezza e dell’intelligence – a tutt’oggi non crede un 53 per cento degli americani, convinto come è che «il governo abbia nascosto tutto o in parte la verità».

Nelle ragioni di questa sfiducia si ripropone evidentemente l’attualità della domanda - chi è il padre della verità sull’li settembre? - e il presupposto di un eccellente lavoro di inchiesta giornalistica che porta la firma di un autorevole cronista del «New York Times», Philip Shenon. Una storia di 583 pagine magnificamente documentata, trasparente quanto ricca nelle fonti, che a quella domanda offre delle prime risposte e che ora, a un anno dalla pubblicazione negli Stati Uniti, arriva nella sua traduzione e titolo italiani: Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre (Piemme edizioni).

Scrive Shenon: «Ho cominciato a lavorare al libro nel gennaio del 2003, quando il «New York Times» mi affidò l’incarico di occuparmi della Commissione sull’11 settembre.

Non ero sicuro di volere quel lavoro. È strano ripensarci adesso, ma all’epoca non era chiaro se la Commissione avrebbe suscitato l’interesse dell’opinione pubblica. (...) Oggi sono grato a chi mi fece cambiare idea e mi convinse ad accettare». Nello stupore «postumo» di Shenon non c’è soltanto l’onesta ammissione di quel clima di anestesia e manipolazione collettiva che, per anni, ha imprigionato opinione pubblica e media americani, convinti delle «verità» dell’11 settembre prima ancora che fossero indagate, come delle «ragioni» truccate della guerra in Iraq. C’è la stessa sorpresa che percorre e annoda tutti i passaggi di questa controinchiesta sul lavoro della Commissione 11 settembre e che, a dispetto della sua intricata e affollata trama, dei suoi protagonisti, dei suoi luoghi claustrofobici (la scena si svolge per intero nella Washington dei palazzi del potere, chiusa tra Pennsylvania Avenue e K Street, tra la Casa Bianca, Capitol Hill e gli uffici che la Commissione aveva individuato come suo quartier generale), si lascia leggere anche da chi non ha alcuna familiarità con i corridoi e il retrobottega della politica americana.

Nello scomporre e passare al microscopio i passaggi cruciali del lavoro della Commissione 11 settembre, l’inchiesta di Shenon, in un plot rigidamente cronologico (maggio 2002-luglio 2004), si svela infatti per quello che è: una cronaca del potere. Innanzitutto vera e non avventurosa, perché documentata. Ma anche simbolica. Per la sua capacità di raccontare come, all’indomani dell’11 settembre, il problema (per altro non solo americano, per chi ha voglia di ricordare quale sia stato il cover-up del governo italiano sul coinvolgimento dell’intelligence del nostro Paese nella vicenda dell’uranio nigeriano: il cosiddetto affare Niger-gate) non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità «compatibile». Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno. Che collimasse con l’interesse domestico di un’amministrazione che si preparava a chiedere un secondo mandato agli elettori. Che non superasse la soglia di tolleranza al dolore delle burocrazie della sicurezza interna (Fbi) ed esterna (Cia) e degli uomini che in quel momento le dirigevano (Robert Mueller e George Tenet). Che mantenesse intatto il segreto inconfessabile del regime saudita e dunque i suoi legami con i dirottatori dell’11 settembre. Che insomma accompagnasse, senza farle deragliare, le politiche, le strategie, le priorità di intervento contro la violenza del radicalismo islamico battezzate dalla Casa Bianca di George Bush e Dick Cheney.

Messe in fila, le «rivelazioni» del lavoro di Shenon acquistano così un senso corale e intelligibile. Per citarne solo alcune, si comprende per quale motivo, all’indomani della sua nomina a presidente della Commissione 11 settembre, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger preferì dimettersi, piuttosto che svelare all’America, e prima ancora alle aggressive Jersey girls (il gruppo delle vedove dell’attacco alle Torri Gemelle), quali clienti sauditi («i Bin Laden?», gli fu chiesto) avesse nel proprio portafoglio la sua Kissinger associates e dunque quale potenziale conflitto di interessi lo assediasse. E per quale motivo finirono sepolti negli atti della Commissione dettagli capaci di raccontare qualcosa di più e di molto diverso sui dirottatori dell’11 settembre, di smontare la loro rappresentazione di martiri ammaestrati con la lettera del Corano in qualche sperduta caverna afgana (non solo il sostegno che ricevettero da sauditi residenti in California durante il periodo del loro addestramento, ma, ad esempio, anche le loro visite nei sexy-shop e la loro frequentazione di escort). Di più: si intuiscono le ragioni del terrore che aggredì Sandy Berger, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bili Clinton, all’indomani dell’attacco alle Torri e al Pentagono, convincendolo a trafugare dagli Archivi nazionali di Washington documenti coperti da segreto di Stato che gli avrebbero consentito di preparare una difesa politica credibile dell’amministrazione democratica di cui aveva fatto parte e del suo impegno nella lotta ad Osama Bin Laden e alla sua Al Qaeda.

Naturalmente, Shenon dà un nome a chi fece in modo che l’indagine della Commissione 11 settembre, a dispetto dei suoi poteri di inchiesta, della straordinaria qualità dei suoi investigatori e del suo ufficio di presidenza bipartisan (il repubblicano Tom Kean e il democratico Lee Hamilton) finisse con il cercare soltanto una «verità compatibile». Ed è un nome, Philip Zelikow, che nel nostro Paese non dice nulla a nessuno.

Professore dell’università della Virginia, Zelikow, da direttore esecutivo della Commissione, sarà cruciale nella scelta dei testimoni da cercare e interrogare. Negli atti da acquisire o da cestinare.

Fino a diventare il vero padrone della Commissione, capace di governarne di fatto ogni mossa di indagine. I suoi rapporti con Karl Rove (l’uomo che inventò Bush) e con Condoleezza Rice, le sue costanti telefonate alla Casa Bianca, saranno a lungo il suo «segreto». Con il suo Omissis, Shenon lo fa cadere.

Carlo Bonini
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