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Sviluppo o decrescita ovvero perchè mi faccio lo yogurt in casa.

Tullio
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Prima che sia troppo tardi
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli


1. I conti tornano.
Le elezioni politiche dell'aprile 2008 segnano un momento importante nella storia del nostro paese. Si tratta della fine della sinistra in Italia. Nel Parlamento italiano uscito da quelle elezioni non è presente nessun partito che si definisca, o possa essere definito, come ?sinistra?. Non si tratta di un fatto congiunturale.

Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali, culturali che si definiranno ?sinistra?, e può anche darsi che tornino ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla natura essenziale della sinistra stessa. Come abbiamo cercato di mostrare ne ?La sinistra rivelata? 1 , la sinistra è stata caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio ?sviluppo ed emancipazione?: è stata cioè la parte politica, sociale e culturale che ha lottato per l'emancipazione dei ceti subalterni promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata ?globalizzazione? o ?neoliberismo? rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono.

Mentre fino a pochi decenni or sono lo sviluppo economico e tecnologico poteva davvero portare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, oggi sviluppo significa attacco ai redditi e ai diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase precedente, significa attacco ai territori per le grandi opere necessarie allo sviluppo stesso, significa degrado ambientale e sociale. In questa situazione la posizione che definisce la sinistra, quella cioè di volere l'emancipazione dei ceti subalterni attraverso lo sviluppo, non è più possibile e appare come una contraddizione in termini. O si sceglie lo sviluppo, e allora, anche se ci si illude di essere progressisti o magari addirittura anticapitalisti, nella realtà si sceglie la de-emancipazione dei ceti subalterni e il degrado ambientale e sociale, oppure si sceglie l'emancipazione dei ceti subalterni, e in tal caso occorre combattere lo sviluppo fine a se stesso e porsi nell'ottica delle decrescita.

continua..... su megachip.info
Tullio
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Tullio
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Intervista di Francesco Piccioni con Alberto Di Fazio - da il Manifesto

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici)......

(continua qui)
Tullio
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Prima che sia troppo tardi
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli

seconda parte....
Tullio
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Verso la nuova società della decrescita


La decrescita è elogio dell'ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c'è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all'effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell'acquistare non è il consumo ma l'uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l'economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio. Maurizio Pallante

Il testo citato è un condensato dei valori della nuova filosofia economica che va sotto il nome di decrescita promossa da Maurizio Pallante, tra i massimi esponenti in Italia della teoria avviata in modo sistematico a partire dagli anni 60 del secolo scorso da Nicholas Georgescu-Roegen. Quest'ultimo, infatti, ebbe il merito di formulare una concezione radicalmente nuova del processo economico, consistente nell'inserire l'economia umana nel più vasto contesto della natura, dalla quale infatti l'uomo preleva costantemente materia-energia che restituisce sotto forma di rifiuti. L'innegabile rapporto tra l'economia e l'ambiente biofisico tuttavia è completamente ignorato dalla teoria economica standard che si fonda su una concezione occidentale frutto della società industriale, in cui tutto si risolve nella produzione di beni e nel relativo consumo, ovvero su una visione della natura pre-termodinamica e pre-evoluzionista. Secondo la nuova prospettiva, l'economia mondiale deve pertanto rispettare alcuni limiti ecologici globali, ormai raggiunti.Georgescu-Roegen criticò aspramente la crescita illimitata, "la grande ossessione degli economisti", e il cosiddetto sviluppo sostenibile, prefigurando l'avvento di una società della decrescita, che sappia rispondere ai reali bisogni dell'uomo fondati su un'economia giusta e rispettosa delle leggi fondamentali della natura (cfr. nota in basso).
Durante il convegno sul tema svoltosi a Cagliari il 17 Maggio 2008, organizzato tra gli altri dal gruppo degli Apoti, costituito anche da alcuni membri di Su Connottu, sarebbe stato interessante soffermarsi maggiormente su uno dei principi fondanti della nuova visione economica, ovvero la centralità dei bisogni più genuini dell'individuo, di carattere immateriale, o per dirla con Erich Fromm, la valorizzazione dell'essere rispetto all'avere.
Circa la dimensione spirituale ed affettiva, mi domando infatti come sia possibile valorizzarla in senso ampio, e quindi incentivando la solidarietà tra le persone, se l'uomo è perennemente combattuto tra il bene e il male soprattutto in funzione del proprio ego, della propria sopravvivenza e quindi in relazione all'economia, la "scienza lugubre", come la definì Thomas Carlyle.
Per migliorare in tutti i sensi forse è necessario competere (dal latino cum petere= tendere verso una meta insieme a qualcuno: si pensi ad una gara sportiva, ad esempio), ma bisogna distinguere la competizione negativa da quella positiva. Perché i sostenitori della decrescita preferiscono promuovere maggiormente il concetto di collaborazione (dal latino cum laborare= lavorare con qualcuno) rispetto a quello di competizione?
L'assunto da cui si parte è dunque il seguente, ovvero se il problema principale che attanaglia l'uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra, avvenuta circa due milioni e mezzo di anni fa, è la sopravvivenza che si fonda quindi sull'economia, com'è possibile rendere la sua condotta etica ad ampio spettro d'azione?
Il termine economia deriva dal greco e significa amministrazione della casa, ebbene come si può gestire in maniera ottimale la casa/Terra e tutti i suoi inquilini?
Esistere significa percepirsi materialmente, ma anche acquistare consapevolezza di tutto ciò che ci circonda. Senza questa verità sostanziale, che può apparire scontata ma non lo è, le azioni dell'uomo risultano fini a sé stesse. Sarebbe già una grande conquista capire cosa significa essere autoreferenziali, ovvero basarsi esclusivamente su sé stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con tutte le altre realtà esistenti, per capire come attuare il Neorinascimento auspicato da Maurizio Pallante.
Fermiamoci a riflettere un po' tenendo gli occhi chiusi, respirando a pieni polmoni, tendendo le orecchie, liberando il nostro spirito, lentamente... Cosa sentiamo? Forse che siamo parte di un tutto che ha il diritto di esistere come noi, di star bene perché se non rispettiamo ciò che ci sta attorno, quanto ci accoglie, non potremmo mai sentirci felici di poter assistere a meravigliosi spettacoli paesaggistici, di respirarne il profumo, di udirne i suoni, di gioire perché ci sente amati, consolati, protetti... E allora la conoscenza maturata dall'uomo in millenni di vita va riscoperta in funzione dell'emergenza del presente. Dall'osservazione dei fenomeni naturali che gli consentì di coltivare la terra per il suo sostentamento, dalla curiosità che manifestò verso la nascita di nuove creature, dal dolore che provò nel rendersi conto di essere mortale e che lo condusse a praticare le prime forme di culto religioso, nonché a produrre degli oggetti che accompagnassero il defunto nell'aldilà. Dalla consapevolezza di essere circondato da forze superiori alla propria nacque il desiderio di dominarle, per paura di essere schiacciato, tanto da parte di un habitat naturale ambiguo e ostile, quanto dai propri stessi simili. L'Homo sapiens non abita più dentro una grotta, non indossa più indumenti fatti di vegetali o pelle animale, non utilizza più strumenti rudimentali per procacciarsi il cibo: è diventato Homo artificialis. L'ingegno umano ha trasformato lo stesso uomo in una macchina sofisticata inserita in una società urbana industriale in cui ciò che conta è la produzione e la circolazione di merci, l'accumulo di capitale, cosicché le stesse relazioni interpersonali appaiono vendibili.
Dunque occorre soffermarsi sul come attuare una società della decrescita, fondata sulla solidarietà, sul rispetto, senza azzerare tutte le conquiste tecnologiche conseguite, sul come disintossicarsi dalle conseguenze dell'industrializzazione ribaltando il rapporto tra natura e artificio, tra spiritualità e materialità, tra una concezione economica di tipo femminile, più propensa ad una produzione artigianale, fondata sui valori affettivi, sul benessere psicofisico, come sostiene lo stesso Pallante, e un'obsoleta visione economica maschile che col trascorrere dei millenni, non solo ha abusato delle stesse risorse naturali, ma ha fatto della competizione sleale, aggressiva, nonché menzognera, il modus operandi per accumulare beni superflui e in larga misura dannosi.

Nota
Notizie su Nicholas Georgescu-Roegen
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Ho editato il precedente post e non mi ci stava più una parte... biggrin

Se vi piace, l'articolo sopra riportato si potrebbe pubblicare sul portale di SC, magari con una foto che possa rappresentare la nuova società della decrescita tanto auspicata... smile
Tullio
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Se vi piace, l'articolo sopra riportato si potrebbe pubblicare sul portale di SC, magari con una foto che possa rappresentare la nuova società della decrescita tanto auspicata... smile

A me piace molto wink.
Tullio
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