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Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,021
L'Arena 16/03/2010

«L'acqua migliore? E' quella di casa»
Via alla campagna di sensibilizzazione

Acqua di rubinetto: buona la qualità e basso il prezzo
Verona. Prenderà il via lunedì 22 marzo, in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, la campagna di sensibilizzazione “L’acqua migliore è quella di casa tua”. L’iniziativa, promossa da Comune, Ulss 20 e Acque Veronesi, è stata presentata questa mattina dall’assessore all’Ambiente, dal vicepresidente di Acque Veronesi e dalla direttrice del Servizio igiene degli alimenti e nutrizione dell’Ulss 20 Linda Chioffi. L’assessore all’Ambiente ha ricordato che l’acqua di Verona è buona e controllata costantemente con più di 6 mila analisi all’anno; bere acqua dal rubinetto di casa permette inoltre di risparmiare economicamente e di non produrre rifiuti e inquinamento. Nei prossimi giorni verranno affissi 2500 manifesti in città mentre 200 locandine saranno distribuite negli ambulatori dei medici di base e nei distretti sanitari.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,032
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Otto milioni di persone l'anno
muiono a causa della siccità
Ma nel 2030 la situazione potrebbe peggiorare per via dei cambiamenti climatici e dell'inquinamento. Soffre per carenza di 'oro blu' l'11% degli europei. In Italia molti sprechi per via delle reti "che sono un colabrodo", disperdono fino a un terzo delle risorse idriche



DOSSIER
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ROMA - Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e secondo le stime dell'Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. L'allarme viene lanciato in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua. Inquinamento, cambiamenti climatici, sprechi, renderanno infatti ancora più difficile il reperimento dell'acqua potabile. Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 di un abitante del Madagscar, dai 237 litri a persona disponibili in Italia ai 150 in Francia. La stima del consumo medio di una famiglia occidentale è di oltre 300 litri al giorno, ma scende drasticamente sotto i 20 litri per una famiglia africana.

Secondo l'Onu 3.900 bambini muoiono ogni giorno per mancanza d'acqua. La zona più esposta rimane l'Africa: fino a 250 milioni di persone coinvolte e seri rischi per l'area sub-sahariana. Poi, il Medio Oriente dove sono presenti meno dell'1% delle risorse idriche a livello mondiale, mentre il 5% dei Paesi arabi - la regione più arida al mondo - già sono al limite delle risorse idriche. Stando alle previsioni, la popolazione mondiale, ora a 6,6 miliardi di persone, crescerà di 2,5 miliardi entro il 2050 comportando un aumento della domanda di acqua dolce di 64 miliardi di metri cubi all'anno.

La ricerca dei mezzi più efficaci per diffondere e interpretare le notizie sul clima e l'acqua nel continente sarà al centro di una conferenza panafricana a livello ministeriale, che si svolgerà a Nairobi dal 12 al 16 aprile. Promossa dall'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in partenariato con l'Unione africana, la riunione sarà la prima del genere a svolgersi nel continente. Nella riunione, i ministri africani responsabili della meteorologia affronteranno temi relativi alle questioni legate al clima e alle risorse idriche in Africa, dove "numerosi Paesi", ha rilevato l'0mm, "sono molto vulnerabili davanti ai disastrosi effetti dei cambiamenti climatici".


L'Europa è naturalmente in condizioni migliori, eppure, secondo dati diffusi da Bruxelles, tra il 1976 e il 2006 almeno l'11% degli europei ha sofferto di carenza d'acqua, con un danno per l'economia di almeno 100 miliardi di euro. Storicamente, il problema è più serio nell'Europa meridionale. I Paesi del Mediterraneo ricorrono sempre di più alla desalinizzazione per la fornitura di acqua dolce. Si stima che la Spagna nei prossimi 50 anni raddoppierà il numero dei suoi impianti, che attualmente coprono il fabbisogno di otto milioni di persone al giorno. Anche l'Inghilterra comincia ad affrontare lo stesso problema.

L'indice di stress idrico, che mostra le risorse disponibili in un Paese o in una regione rispetto alla quantità d'acqua utilizzata, vede l'Italia tra i Paesi alle prese con carenze, oltre a Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Malta, Spagna e Regno Unito. Il Mediterraneo poi vede un forte impatto dei turisti sul prelievo di acqua, nel periodo di picco, fra maggio e settembre.

Ma in Italia "si assiste a uno spreco assurdo: le reti sono un colabrodo. Disperdono in alcuni casi anche un terzo della risorsa, mentre sono 8,5 milioni gli italiani che vivono in zone ove l'acqua ha difficoltà ad essere erogata con continuità'', ricorda il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi. Infatti su 383 litri di acqua erogati mediamente per ogni cittadino, solo 278 litri arrivano realmente a destinazione. Secondo la Cia le zone dell'Europa soggette a forte stress idrico "dovrebbero passare dal 19 per cento odierno al 35 per cento nel decennio 2070''.

L'Italia è anche il Paese dell'acqua minerale: secondo una ricerca di Legambiente nel 2008 sono stati imbottigliati 12,5 miliardi di litri di acqua, per un consumo pro capite di 194 litri, più del doppio della media europea e americana. Acqua di sorgente prelevata da 189 fonti da cui attingono 321 aziende imbottigliatrici "che pagano spesso cifre irrisorie per realizzare poi enormi profitti, come dimostra il giro di affari di 2,3 miliardi di euro raggiunto nel 2008".
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,034
LA GIORNATA MONDIALE. Abbiamo la fortuna di vivere in una regione tra le più ricche d’Italia di risorse idriche pregiate
L’acqua veneta tra le migliori
Le analisi condotte dall’Arpav danno risultati confortanti Anche per le minerali situazione positiva. Cresce San Benedetto
Martedì 23 Marzo 2010REGIONE,pagina 7e-mailprint
L’acqua, una risorsa assolutamente preziosa di cui il Veneto è ricco PADOVA
L’acqua potabile del Veneto «ha una qualità molto buona»: emerge dalle analisi effettuate dall’Arpav che le ha rese note ieri in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.
Ogni anno sono prelevati dalle Ulss e analizzati da Arpav 8000 campioni di acque potabili in 3700 stazioni di monitoraggio: su questi campioni sono realizzate oltre 180mila analisi in base a 250 parametri di tipo chimico e microbiologico. In Veneto, le verifiche sono risultate positive in percentuali intorno al 99,5% dei casi.
«Il Veneto è tra le regioni italiane più ricche di risorse idriche pregiate - affermano all’Arpav - basti pensare all’enorme riserva delle falde dell’alta pianura e ai grandi fiumi che l’attraversano, perciò l’acqua potabile è assicurata». Le potabili sono prelevate per il 90% da falde sotterranee dell’alta e media pianura, e per il 10% da acque superficiali. Su 12mila analisi effettuate dalla rete di monitoraggio costituita da 270 punti in tutti i corsi d’acqua del Veneto, inoltre, è emerso che il 70% presenta uno stato da buono a elevato: migliori i bacini montani, le criticità «storiche» riguardano il Gorzone e le foci dei principali fiumi.
«Le pressioni inquinanti sono dovute agli scarichi, ai rilasci da terreni agricoli e alle superfici impermeabili urbane, per questo - ha detto il direttore generale Andrea Drago - le attività di prevenzione e controllo hanno un ruolo essenziale per la tutela della salute della popolazione».
Se consideriamo il settore delle acque minerali - un vero e proprio far-west italiano secondo Legambiente - il Veneto risulta con il Lazio la regione migliore d’Italia, promossa dagli stessi ambientalisti che invece bocciano Liguria, Calabria, Molise, Emilia Romagna, Sardegna, Puglia e Alto Adige. In Italia, nel 2008, rileva il dossier sui canoni di concessione, sono stati imbottigliati 12,5 miliardi di litri di acqua, per un consumo pro capite di 194 litri, più del doppio della media europea e americana che si aggirano sugli 80 litri.
In assenza di una legge nazionale che definisca gli importi dei canoni di concessione per l'imbottigliamento delle acque minerali, ciascuna Regione decide in autonomia. «È ancora un obiettivo lontano - sottolinea il dossier Legambiente - l'adeguamento delle leggi regionali alle linee guida nazionali approvate nel 2006 e che prevedono tre tariffe: da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa».
Veneto e Lazio hanno previsto i canoni più alti: 3 euro a metro cubo di acqua e fino a 587 euro per ettaro nella prima e 2 euro per metro cubo imbottigliato e fino a 120 euro per ettaro nella seconda.
Le Regioni incassano dalle aziende cifre irrisorie e insufficienti a ricoprire anche solo le spese sostenute per la gestione amministrativa delle concessioni o per i controlli, senza considerare quanto viene speso dagli enti locali per smaltire in discarica o in un inceneritore il 65% delle bottiglie in plastica che sfuggono al riciclaggio».
Notevole l'impatto ambientale delle acque in bottiglia.
L'imbottigliamento di 12,5 miliardi di litri comporta l'uso di 365mila tonnellate di Pet, un consumo di 693mila tonnellate di petrolio e l'emissione di 950mila tonnellate di CO2 equivalente in atmosfera. Per il trasporto, solo il 18% delle bottiglie di acqua minerale viaggia su ferro, mentre il resto è affidato ai grandi Tir che viaggiano per centinaia di chilometri lungo le autostrade d'Italia consumando combustibili fossili (gasolio) ed emettendo grandi quantità di inquinanti in atmosfera (da quelli globali come la CO2 a quelli locali come il PM10).
Nel Veneto ha il suo centro il gruppo San Benedetto guardano all’Est Europa della famiglia Zoppas che proprio ieri ha perfezionato l’acquisizione totale della polacca Polska Woda e dell’ungherese Magyarviz Kft detenuto dalla Danone.
Con un fatturato consolidato di gruppo di 875 milioni di euro nel 2009 (+4,2% rispetto al 2008), ricavi in Italia per 524 milioni di euro (+2,7% rispetto al 2008) e circa 2.300 dipendenti, il Gruppo San Benedetto è presente in oltre 80 paesi con una capacità produttiva, solo in Italia, di 14 milioni di pezzi al giorno. Il gruppo, inoltre, può contare nel nostro paese su cinque stabilimenti - Scorzè (Venezia), Paese (Treviso), Popoli (Pescara), Donato (Biella), Nepi (Viterbo) - a cui si aggiungono, contando le acquisizioni recenti, due impianti di proprietà in Spagna, uno in Polonia, uno in Ungheria e sei in joint venture (4 in Francia, uno in Messico e uno nella Repubblica Dominicana).
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,044
L'impronta idrica dovrebbe comparire sull'etichetta degli alimenti e non solo

La grande organizzazione mondiale pubblica, ormai dal 1998, ogni due anni un noto rapporto internazionale intitolato "Living Planet Report", che riporta analisi sullo stato della biodiversità, dei sistemi naturali e delle risorse che utilizziamo e proposte concrete per intraprendere una strada verso la sostenibilità.

In particolare il rapporto pubblica l'andamento di due importanti indicatori dei quali abbiamo già parlato nelle pagine di questa rubrica e cioè l'indice del pianeta vivente che rende conto dello stato di salute della biodiversità sulla Terra, attraverso l'andamento di circa 5000 popolazioni di oltre 1600 specie di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci) e l'indice dell'impronta ecologica che calcola la superficie in ettari globali che ciascuno di noi utilizza, secondo i suoi livelli di consumo, rispetto alle capacità bioproduttive dei sistemi viventi che ci supportano (vedasi il sito del Global Footprint Network www.globalfootprint.org). Dal Rapporto pubblicato nel 2008 (quello del 2010 verrà reso noto nel prossimo settembre) questi due indicatori sono affiancati anche dal calcolo dell'impronta idrica di tutti i paesi del mondo. L'impronta idrica di un paese è formata dal volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa. Comprende l'acqua prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde acquifere (acque superficiali e sotterranee), impiegata nei settori agricolo, industriale e domestico e l'acqua delle precipitazioni utilizzata in agricoltura. L'impronta idrica presenta ovvie analogie con quella ecologica: mentre quest'ultima calcola l'area totale di superficie produttiva necessaria a produrre beni e servizi consumati da una data popolazione, l'impronta idrica calcola il volume totale di risorse idriche necessarie a produrre gli stessi beni e servizi.

Per avere un'idea dell'impronta idrica ricordo quanto riportato dal Water Footprint Network: per avere disponibile una fetta di pane sono necessari 40 litri di acqua, per un bicchiere di birra ce ne vogliono 75, 140 litri di acqua sono invece necessari per ottenere una tazza di caffè, 1000 litri per una tazza di latte, 2700 litri per una maglietta di cotone, 3400 litri per un chilo di riso, 5000 per un chilo di formaggio e 15.500 litri per un chilo di bistecca.

L'impronta idrica del consumo totale di una nazione è costituita da due componenti. Si tratta dell'impronta idrica interna rappresenta la quantità di acqua necessaria a produrre i beni e i servizi prodotti e consumati internamente al paese preso in considerazione e dell' impronta idrica esterna che deriva invece dal consumo di merci importate calcola cioè l'acqua utilizzata per la produzione delle merci nel paese esportatore. Le esportazioni di un paese non vengono incluse nel calcolo della sua impronta idrica.

Dalla considerazione di tutti questi dati emerge che l'impronta idrica media mondiale è 1,24 milioni di litri pro capite l'anno, equivalenti a metà del volume di una piscina olimpionica.

L'impatto di un'impronta idrica dipende interamente da dove e quando le risorse idriche vengono prelevate. L'utilizzo di risorse idriche in un'area ricca di acqua probabilmente non avrà impatti sociali o ambientali negativi, mentre lo stesso prelievo in un'area con carenza idrica potrà portare alla siccità di fiumi e alla distruzione degli ecosistemi, con annessa perdita di biodiversità e di fonti di sostentamento.

L'esternalizzazione dell'impronta idrica può costituire una strategia efficace per un paese con carenza idrica interna, ma comporta anche l'esternalizzazione degli impatti ambientali. Il commercio di acqua virtuale è influenzato dai mercati delle materie prime e dalle politiche agricole, che generalmente scaricano gli eventuali costi ambientali, economici e sociali, sui Paesi esportatori. Inoltre, tale commercio evidenzia la necessità di una cooperazione internazionale per la gestione delle risorse idriche in un mondo dove circa 263, fra i più importanti fiumi e laghi, nonché centinaia di falde acquifere, sono transfrontalieri.

L'impronta idrica di un prodotto è invece costituita dal volume totale di acqua dolce impiegata per produrre quel bene stesso, comprendente l'intera catena di produzione. Questo dato viene normalmente indicato anche come il contenuto d'acqua virtuale di un prodotto. Come ben sappiamo la pressione mondiale sulle risorse d'acqua dolce è in aumento in conseguenza della crescente domanda di prodotti ad elevata intensità idrica, come la carne, i prodotti caseari, lo zucchero ed il cotone.

In ogni singolo paese, le risorse idriche sono necessarie per la produzione dei beni e servizi che vengono consumati internamente o esportati. L'impronta idrica della produzione calcola quindi la quantità totale di acqua utilizzata a scopo domestico, industriale o agricolo in un paese, indipendentemente da dove i prodotti vengono realmente consumati.

L'impronta idrica è formata da tre tipologie di utilizzo idrico, note come impronta idrica blu, verde e grigia. L'impronta idrica verde è il volume di acqua piovana immagazzinata nel suolo. L'impronta idrica blu è il volume di acqua dolce prelevata dai corpi idrici che viene utilizzata e non restituita. L'impronta idrica grigia è il volume di acqua inquinata in conseguenza dei processi produttivi; si calcola come il volume di acqua necessario a diluire le sostanze inquinanti e permettere all'acqua di raggiungere uno standard di qualità accettabile.

L'impronta idrica della produzione può essere quindi utilizzata per valutare, per ciascun paese, l'impatto esercitato sulle proprie risorse idriche. L'impatto sulle risorse d'acqua blu si calcola su base annua come la differenza fra l'impronta idrica totale di produzione e la componente verde delle risorse idriche rinnovabili totali, disponibili nel Paese. Circa 50 Paesi stanno già oggi sperimentando una situazione di stress idrico, fra il moderato e il grave, su base annua; molti di più sono quelli colpiti da carenze idriche in vari periodi dell'anno. In altri Paesi, durante tutto l'anno, la pressione esercitata sulle acque blu risulta leggera, e ciò da conto della possibilità di migliorare la produttività agricola irrigando aree adatte. Tuttavia, perché un ulteriore prelievo idrico risulti sostenibile, si dovrà tenere conto della disponibilità idrica stagionale e dei potenziali impatti su utenti ed ecosistemi a valle.

In tutto il mondo, si calcola che la quantità di persone interessate da carenze idriche assolute o stagionali sia destinata ad aumentare rapidamente a causa dei cambiamenti climatici e della richiesta crescente. In tale contesto, risulta d'importanza strategica la conoscenza dell'impatto della produzione di cibo e fibre sulle risorse idriche, allo scopo di garantire forniture idriche adeguate a persone ed ecosistemi.

Diventa infatti sempre più necessario che nell'etichetta degli alimenti e non solo, compaia l'impronta idrica. Ciò comporterebbe un importante contributo conoscitivo per tutti del nostro quotidiano consumo di risorse.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,060
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Acqua virtuale e impronta idrica, stiamo prosciugando il "terzo mondo"
L’acqua virtuale, quella necessaria alla produzione delle merci, rischia di prosciugare il terzo mondo sul quale grava, sempre più pressante, la crescente domanda occidentale. L’Unesco ha messo a punto una ricerca che misura l’impronta idrica ed il Water footprint network ha ideato il footprint calculator, per calcolare il nostro peso idrico sulla terra.

di Romina Arena

Tony Allan ha definito cqua virtuale quella quantità di oro blu necessario a fabbricare un determinato prodottoTony Allan, professore al King’s College di Londra ha definito, nel 1998, acqua virtuale quella quantità di oro blu necessario a fabbricare un determinato prodotto. Acqua invisibile, che non si tocca materialmente, eppure grava incisivamente sulla gestione complessiva delle risorse idriche. Materiale interessante per l’ Istituto di Educazione per l’Acqua dell’UNESCO (UNESCO–IHE) che ha deciso di calcolare la quantità di acqua virtuale contenuta nelle varie merci e gli import ed export dai vari continenti, sviluppando un apposito “calcolatore dell’impronta idrica”.
Un modo per rispondere alle domande: quanta acqua serve per un cibo che ci troviamo a tavola? Quanta se ne nasconde dietro una maglietta di cotone? Quanta ne consuma una persona in un anno, inclusa quella intrappolata nei beni in uso (come cibo, computer, auto)?

L’importanza di una valutazione del genere la dimostra il fatto che nel Planet Living Report 2008, pubblicato da WWF International, Società Zoologica di Londra e Water Footprint Network, è stata utilizzata per la prima volta l’impronta idrica come un indicatore analogo all’impronta ecologica.

L’impronta idrica di una nazione equivale al volume totale dell’acqua utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati dai suoi abitanti. Poiché non tutti i beni consumati sono prodotti all’interno dei confini nazionali, l’impronta idrica tiene conto sia delle risorse idriche domestiche sia dell’acqua utilizzata in altri paesi, definita acqua virtuale in relazione al flusso di acqua che accompagna lo scambio tra le nazioni.


L’impronta idrica di una nazione equivale al volume totale dell’acqua utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati dai suoi abitantiLa teoria di Allan sottolinea i benefici in termini economici e ambientali dei flussi di acqua virtuale tra Paesi. Una nazione può conservare le sue risorse idriche importando un prodotto idrointensivo. Di conseguenza il commercio internazionale può implicare un risparmio globale, se un bene è esportato da un’area ad alta produttività idrica, quindi a basso contenuto di acqua virtuale, verso un’area con bassa produttività idrica. A livello globale, però, il traffico di acqua virtuale ha implicazioni geopolitiche che non vanno sottovalutate, come ha dichiarato nel 2008 il Consiglio Mondiale dell’Acqua, inducendo ad una dipendenza tra i Paesi che può diventare uno stimolo alla cooperazione, ma può anche innescare potenziali conflitti.
Secondo la Royal Society of Engineers, due terzi del totale dell'acqua utilizzata per produrre alimenti e bevande per la sola Gran Bretagna, viene da Paesi che già soffrono per le poche risorse idriche disponibili.

I Paesi in via di sviluppo, incalzati da una sempre maggiore richiesta di merci dall'Occidente, stanno utilizzando gran parte delle loro risorse per prodotti d'esportazione, rischiando così di restare a corto d'acqua. Afferma la Society of Engineers: “Secondo le previsioni, quando la popolazione mondiale supererà gli 8 miliardi, cioè tra 20 anni, la domanda generale di cibo e energia crescerà del 50% e quello di acqua del 30%, il che potrebbe determinare una crisi idrica mondiale”.

Ciascuno di noi può calcolare la propria impronta idrica individuale accedendo al footprint calculator messo a disposizione da Water Footprint Network. Un’opportunità per capire, nel nostro piccolo, quanta acqua “scippiamo” alla terra e quanta ne potremmo risparmiare.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,066
Italia deferita alla Corte di giustizia europea per il mancato trattamento delle sue acque reflue

FIRENZE. Che non siano stati messi in campo tutti gli investimenti necessari per ridurre le carenze infrastrutturali nel settore idropotabile, è cosa nota. Le motivazioni sono diverse: congiunture economiche poco favorevoli, sistema normativo inadeguato e non sostenibile visto che "carica" in bolletta anche tutti i costi degli investimenti per le infrastrutture, pianificazioni errate con sistemi strutturali basati solo sui grandi collettamenti, sottovalutazione dell'importanza strategica che questo settore avrebbe potuto avere per l'economia del Paese.

A pagare in misura maggiore queste carenze, all'interno del servizio idrico integrato, è stato il segmento della depurazione e della restituzione delle acque all'ambiente. L'Italia in questo settore non è certo all'avanguardia e ora l'Europa dopo averci più volte avvertito è passata ai consecutivi fatti.
La Commissione europea ha deferito il nostro Paese (insieme alla Spagna) alla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Era nell'aria visto che si tratta di antiche violazioni della normativa Ue sul trattamento delle acque reflue urbane, in base alla quale entro il 31 dicembre 2000 i due paesi avrebbero dovuto predisporre sistemi adeguati per il convogliamento e il trattamento delle acque nei centri urbani con oltre 15.000 abitanti equivalenti. I primi avvertimenti ad Italia e Spagna sono relativi al 2004 quando i due paesi hanno ricevuto una prima lettera di diffida. Una seconda e ultima lettera è stata spedita all'Italia nel febbraio 2009 (mentre alla Spagna nel dicembre 2008).

Nonostante le "attenzioni" dell'Europa circa 178 città e centri urbani italiani (tra cui Reggio Calabria, Lamezia Terme, Caserta, Capri, Ischia, Messina, Palermo, San Remo, Albenga e Vicenza) e circa 38 centri spagnoli non si sono conformati alla normativa comunitaria, e quindi a più di otto anni dalla scadenza la Commissione europea ha deciso di passare all'azione. La gravità dell'inadempienza deve essere ribadita: non trattando in modo adeguato le acque reflue oltre a mettere a rischio la sanità pubblica si mettono in pericolo anche i delicati equilibri ecologici dei corpi recettori che siano fiumi, laghi o mare aperto, aumentando anche i rischi di eutrofizzazione. Il mancato trattamento delle acque reflue, tra l'atro compromette anche il raggiungimento degli obiettivi di qualità previsti da un'altra direttiva europea, la 2000/60/CE (recepita dall'Italia nel 2006), e cioè il livello "buono" per tutte le acque al 2015.
Vallan S.
user 6458500
Villafranca di Verona, VR
Post #: 276

da http://www.acquabenec...­


Superate le 500mila firme



516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. Un risultato incredibile anche per noi, raggiunto in poco più di tre settimane grazie all'impegno e all'entusiasmo di migliaia di cittadine e cittadini dell'acqua pubblica. Qui trovate la mappa dei banchetti. L'obiettivo che il Comitato Promotore si era posto (700mila firme) è ormai in vista e può essere superato. Da qui a luglio lanceremo eventi, feste, spettacoli per coinvolgere sempre più italiani in questa civile lotta di democrazia per togliere le mani degli speculatori dall'acqua riconsegnandola ai cittadini e ai Comuni.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti. Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.




Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.



Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori.



Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo.



Per conservarlo per le future generazioni.



Perchè tre referendum sull’acqua

Il costituendo Comitato Promotore

I referenti territoriali della campagna referendaria

I materiali per la raccolta firme

Leggi la relazione introduttiva ai quesiti referendari



Perché si scrive acqua ma si legge democrazia





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Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 1,109
L'acqua entra in borsa

Il titolo sarà gestito dalla multiutility Iride guidata da Ettore Gotti Tedeschi indagato, e poi prosciolto, durante il processo Parmalat.


L'accordo è fatto. L'acqua volerà in borsa e la gestione sarà affidata a Iride, una multiutility, nata dalla fusione di tre società. Gli azionisti principali sono i comuni di Genova e Torino, ma l'accordo porta anche la firma di F2i: una società italiana titolare del fondo per gli investimenti nel settore delle infrastrutture a cui patecipano istituti bancari, casse previdenzali, fondazioni, assicurazioni, istituzioni finanziarie dello Stato, sponsor e management.
Il presidente si chiama Ettore Gotti Tedeschi, vecchio banchiere ora a capo dello Ior, la Banca Vaticana, che è stato prosciolto dopo esser stato scritto tra 71 indagati del processo Parmalat. L'amministratore delegato di F2i è Vito Gamberale, una carriera tra Autostrade Italia, Eni, Banca Italia, Benetton, e un arresto durante Mani Pulite.

Gamberale venne poi assolto dall'accusa di abuso d'ufficio e concussione. Ora, è lui l'uomo che guida l'accordo. Il piano per la privatizzazione del servizio idrico ruota in parte intorno alla Spa di Tedeschi e all'appoggio che questa riceve dalla San Giacomo srl, una società dal nome promettente. Lo scopo della manovra: creare un polo idrico industriale attraverso il delisting: la cancellazione del titolo azionario dal listino del mercato organizzato e la fusione con Mediterranea delle acque, l'azienda che gestisce le acque potabili di Piemonte, Liguria, Emilia e Sicilia.

Solo allora, Iride potrebbe compiere un altro passo e accorpare Enìa, la multiservizi emiliana nata dalla fusione delle Spa della provincia di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Insieme i due colossi delineerebbero un asse "padano occidentale" con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di potenziali "clienti" che, tra Palermo ed Enna, si comprano come caramelle. Le conseguenze di ciò saranno visibili non solo al Sud, dove il controllo dei beni comuni ha già originato scontri tra clan, ma anche al Nord e al Centro dove la quotazione in borsa del servizio idrico stimolerà una famelica ricerca di profitto che farà dell'acqua un privilegio.

In un documento del 1973 si rilevava l'esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica della fascia costiera italiana. Acque destinate ad essere inserite nell'elenco delle risorse pubbliche ma che ancora oggi sono lasciate nelle mani nei "guardiani" e dei "fontanieri" meridionali. Eppure, il Sud soffre la sete, decine di dighe sono incomplete da oltre vent'anni mentre altre hanno condotte mai collaudate o a "colabrodo", che causano perdite idriche del 50 per cento.

I 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali e 400 consorzi fra utenti predisposti alla gestione del servizio idrico di queste zone hanno fallito il loro compito. Colpa delle amministrazioni che si sono rivelate incapaci di tutelare i beni comuni, dei i governi che, anche su pressione dell'Ue, hanno frettolosamente cercato soluzioni nel settore privato. Tutta colpa del clientelismo che, in Italia, grava sulla gestione di gran parte delle opere pubbliche. Prima di cedere non valeva la pena tentare di sanare il settore pubblico? E se i manager dell'acqua si rivelassero disonesti?

Allora, il prezzo della privatizzazione salirebbe alle stelle. Non si tratta di un'affermazione figlia di un anticonfromismo da quattro soldi. Ce ne renderanno conto quando il consigliere municipale di turno non sarà più in grado di elargire informazioni sull'acqua che esce dai rubinetti case, degli ospedali e delle scuole e quando, per risparmiare, sarà meglio non lavarsi le mani. E se ne accorgeranno anche i Comuni non appena dovranno pubblicamente rinunciare al ruolo di "imprenditori-gestori" di beni per agire da veri azionisti. Perché, per dirla con Massimo Mucchetti sul Corriere, ricorrendo al privato per nascondere i difetti del pubblico, "il Comune non sarà più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini ma solo uno dei tanti soci che attende l'assemblea di aprile per sapere quanto incasserà sotto forma di dividendo".
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
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Un milione tondo tondo di firme per l'acqua pubblica. Ovvero duecento cinquantamila in più del traguardo che inizialmente il Forum si era dato per questa campagna referendaria. Una gigantesca grande risposta a politiche di governo liberiste. Un movimento in tanti aspetti simile a quello nato all'epoca del G8 di Genova: i partiti sono ospiti, una rete diffusa, capillare e solida di movimenti e associazioni. E' impossibile nelle pagine di un giornale elencare le centinaia di sigle che hanno reso possibile un obiettivo così straordinario. Si possono indicare le aree, sapendo che si sta facendo il torto a qualcuno: i cattolici progressisti insieme ai centri sociali, interi pezzi di sindacato (soprattutto Cgil e Cobas) insieme alle associazioni di consumatori, il mondo ambientalista al gran completo, fino ai lavoratori delle società che gestiscono l'acqua. E poi cittadini comuni, quell'onda che progressivamente cresce attorno al popolo viola, le piazze per la difesa del diritto all'informazione, pezzi di quell'Italia che vuole capire perché siamo il paese più autoritario, più liberista e meno libero d'Europa.

Per capire conviene fermarsi in uno dei banchetti sparsi in Italia: «Acqua pubblica? Non c'è bisogno di spiegare nulla, firmo subito», è la frase più comune. Poi la seconda domanda riguarda il marchio doc: «Non siete per caso quelli dell'Idv, vero?», come chiedeva un'anziana signora a Roma. Domande a fiumi: come difendersi dalle società private, come ribellarsi all'aumento delle tariffe, come fare le analisi all'acqua che beviamo. In un clima che può ricordare le feste di paese. Come quando sulla cima dello Zoncolan, durante il giro d'Italia, sono apparsi i banchetti, scatenando gli applausi dei tifosi. O come a Nettuno, la settimana scorsa, quando le persone hanno lasciato la spiaggia per andare ad ascoltare Ascanio Celestini, e a firmare.

A ripercorrere a ritroso la strada che ha portato alla mobilitazione milionaria, si trovano episodi che raccontano bene quanto vale questo milione di firme. Due erano gli ostacoli solo apparentemente insormontabili, i partiti politici e l'informazione. Partiamo dall'ultimo, è una storia che ci riguarda da vicino. Fino a pochi mesi fa il tema acqua pubblica era sostanzialmente un tabù. E d'altra parte guardando le grandi imprese e i forti poteri finanziari che si nascondono dietro la privatizzazione delle risorse idriche si trovano nomi che pesano nei media mainstream. Grandi gruppi come Acea, ad esempio, hanno tra gli azionisti industriali di peso come Caltagirone, salito oggi al 13% della società romana, pronto a scalare il gruppo in vista dell'ulteriore privatizzazione già avviata da Alemanno. Il nuovo colosso multiutility del Nord, Iride, ha visto l'ingresso pesante di F2I, alla cui presidenza siede il nuovo banchiere di dio Ettore Gotti Tedeschi, a capo dello Ior, la banca del Vaticano. O le potentissime lobby delle acque minerali, budget destinati alla pubblicità in grado di interferire nelle scelte del mondo televisivo. Golia contro le voci che hanno accompagnato in questi anni la crescita del movimento per l'acqua pubblica, raccontando cosa significa privatizzare l'acqua, trovandosi davanti alla porta i tecnici delle multinazionali e i vigilantes pronti a tagliare i tubi se non riesci a pagare.

Il vero ostacolo, quello apparentemente più difficile, è venuto però dai partiti, anche dell'opposizione. Al momento della presentazione dei quesiti fu l'Italia dei Valori, con un Di Pietro particolarmente agguerrito, a cercare di allungare una gamba per lo sgambetto. Prima l'IdV chiese un posto in prima fila nel comitato organizzatore del referendum, dopo aver capito che quell'anomalo movimento poteva arrivare molto lontano; poi forzò la mano, presentando un quesito alternativo - che mantiene il modello privato come una delle scelte possibili di gestione - sul tema dell'acqua.

Segue la questione Pd. O meglio, di una parte del Pd. O, meglio ancora, probabilmente di una parte minoritaria del Pd. Una posizione ufficiale, come è noto, ancora non c'è. Ufficialmente si è espresso contro i referendum e contro la totale gestione pubblica dell'acqua il gruppo che si riconosce nella componente "ecodem". L'impressione è che nell'alta dirigenza conti probabilmente molto il Pd "di governo", quella parte del partito che è storicamente vicina alle gestioni miste pubblico private - vedi il modello Toscana, o il colosso Acea - oggi in forte difficoltà rispetto ad un referendum chiaro e radicale.
I partiti della sinistra hanno invece accolto l'invito del Forum a dare una mano senza protagonismi. Federazione della sinistra, Sel, Verdi, Sinistra critica e PCdL fanno parte del comitato di sostegno al referendum, dando un sostegno deciso ma autonomo.

Quel milione tondo tondo di firme è dunque stato possibile grazie alla mobilitazione nata e cresciuta dal basso, nelle piccole sedi improvvisate di centinaia di comitati locali, abituati ad aprire le porte a cittadini di ogni tipo, arrivati con bollette a tre zeri in mano e magari con l'acqua staccata. Sono comitati dove in prima fila trovi le donne che fanno i conti per prime con la crisi economica e con la scientifica capacità predatoria delle multinazionali dei servizi, o gli anziani, memoria storica della capacità di combattere al minimo odore di ingiustizia. E poi professionisti, operai, insegnanti, precari stufi di essere visti come la parte flessibile del lavoro, stranieri che scoprono come l'Italia non sia quel paradiso promesso e non mantenuto. Un'esperienza di lotte e vertenze accumulate in cinque anni, partite dopo le prime privatizzazioni vere, spacciate per gestione mista.

La macchina organizzativa per i referendum è partita a fine marzo, grazie a volontari e forme creative di autofinanziamento. C'è chi ha creato il gadget richiestissimo delle borracce con la scritta "l'acqua non si vende", chi ha preparato i manifesti che univano il 25 aprile con la liberazione dell'acqua, chi si è ingegnato a realizzare i sistemi informatici per il conteggio delle firme. Ma subito tutti hanno capito la potenzialità dirompente dei tre quesiti: chiedere una gestione pubblica senza se e senza ma, mettendo all'angolo le mediazioni, gli interessi e quel sistema gelatinoso che garantisce lobbies e affari era quello che questo paese aspettava. Non servivano manifesti, campagne pubblicitarie e informazione diffusa. I referendum dell'acqua pubblica vincono proprio perché sono radicali, perché toccano sulla carne viva un paese ferito. Un vero uovo di Colombo.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
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L'Arena
Acqua sporca, Chievo a bocca asciutta
INQUINAMENTI. Almeno 200 abitanti della zona hanno dovuto smettere di bere dai rubinetti perché scendeva liquido grigio. Contaminazione nella rete idrica forse causata da un impianto privato abusivo collegato al canale
15/07/2010

Gli avvisi affissi sulle abitazioni al Chievo: l’acqua di rubinetto non è potabile FOTO PECORA
Verona. Acqua biancastra, quasi grigia: chiaramente sporca. Quasi duecento cittadini di Chievo, ovvero coloro che abitano nelle vie del Perloso, Cappa, Chiereghini, Covre e Lucchini, l'altro giorno, aprendo i rubinetti di casa, hanno trovato una sgradita sorpresa. L'acqua del sindaco, tanto decantata per la sua bontà, non era più limpida e leggera: anzi, aveva un aspetto per nulla attraente, «come fosse mescolata a polvere di gesso o di cemento», spiegano i residenti, che da tre giorni si trovano «a secco».
In via precauzionale, infatti, sono invitati a non servirsi dell'acqua per uso alimentare, fino al verdetto di Acque Veronesi, Ulss 20 e Arpav, gli enti che stanno effettuando controlli incrociati per esaminare l'eventuale presenza di sostanze nocive. La colpa, secondo Acque Veronesi, sarebbe di un impianto d'irrigazione abusivo che, per un guasto, ha versato liquidi nella conduttura dell'acquedotto pubblico.
DISAGI. Un notevole disagio, per i cittadini, fare a meno dell'acqua corrente proprio in questi giorni, in cui la calura induce a bere parecchio. Non pochi di loro, abituati ad attingere direttamente dal rubinetto, sono corsi al supermercato a rifornirsi di confezioni di acqua minerale, spiegando di «non avere in casa nemmeno una bottiglia». In realtà, già da ieri il colore dell'acqua è andato normalizzandosi, tornando limpido. Ma i cittadini restano scettici: «È pericolosa?», si chiede soprattutto chi ha bambini. In zona, infatti, non si sono svolti lavori che, come talvolta succede, possano giustificare la presenza di impurità nell'acquedotto.
PRIME ANALISI. Acqua inquinata? E se sì, da cosa? I clivensi coinvolti dal disagio dell'acqua grigiastra hanno trovato appesi sulle proprie cancellate gli avvisi di Acque Veronesi, nei quali si sconsiglia l'utilizzo dell'acqua di rubinetto per dissetarsi, cucinare e lavare i cibi, per esempio frutta e verdura. Nemmeno dopo bollitura. «Ma nessuno ci ha spiegato né la causa né i rischi», lamentano i cittadini. Il problema, a quanto pare, è stato provocato da un impianto di irrigazione privato, non a norma, che pesca acqua nel Camuzzoni. Per un guasto alle valvole di interscambio delle condutture, i liquidi sono passati nell'acquedotto e quindi nelle abitazioni in prossimità del canale. In realtà, le prime analisi batteriologiche effettuate da Acque Veronesi escludono la possibilità di pericoli per la salute: «Ma per averne la certezza, si devono aspettare i risultati dei controlli fatti da Ulss 20 e da Arpav. Si tratta di un avvenimento grave, di cui vanno accertate le responsabilità», fa sapere l'azienda, che dopo le segnalazioni lanciate dagli utenti, ha subito inviato i suoi tecnici per prelevare campioni di acqua da trasferire in laboratorio per le analisi del caso.
RISULTATI ATTESI. In giornata, l'Ulss 20 dovrebbe comunicare i risultati delle analisi svolte sui campioni prelevati sia l'altro giorno, quando dai rubinetti di Chievo usciva l'acqua sporca, sia ieri, quando la situazione sembrava essersi sistemata, almeno a occhio nudo. Sono state controllate anche le fontane pubbliche del paese, come quella a fianco della chiesa parrocchiale: il materiale prelevato ora si trova nel laboratorio dell'Arpav, in via Dominutti, a disposizione degli esperti. Gli operatori di Acque Veronesi, nel frattempo, hanno già effettuato un intervento di pulizia sulla parte di acquedotto coinvolto dal problema.
Lorenza Costantino
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