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Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 167
Incidente nucleare a Tricastin
Ennesimo incidente nucleare. Questa volta nel sud della Francia al reattore di Tricastin, a circa 40 km da Avignone si è verificato uno scarico accidentale di 30 metri cubi di acque usate (trentamila litri) contenenti 12 grammi di uranio per litro durante un'operazione di pulizia di una cisterna. In totale 360 kg di uranio, di cui non è stato diffuso il dato relativo al contenuto di isotopo.

Naturalmente è la prima volta che si verifica un fatto simile, secondo le dichiarazioni dei responsabili del gruppo Areva che gestisce l'impianto e non ci sono conseguenze sull'ambiente. Intanto Swissinfo.ch riporta che sono state prese misure di precauzione, come il divieto di consumare acqua potabile in alcuni comuni; la sospesione dell'irrigazione agricola proveniente dai fiumi La Gaffiere e L' Auzon - e anche la pesca e il consumo di pesce - e sono state vietate attività nautiche e il bagno su altri corsi d'acqua. Tricastin si trova a 40 km da Avignone, vicino al Mediterraneo. E' lecito pensare che in periodo di vacanze la notizia non avrà grande risonanza.

Intanto che ne è dell'incidente al reattore di Krsko in Slovenia che fece scattare un allarme a livello comunitario ma di cui poi si disse che fu tanto rumore per nulla? L'AIPRI riporta che alcuni cittadini sloveni hanno osservato che la vegetazione sulle montagne attorno al reattore sta morendo. Nelle prossime settimane forse ne sapremo qualcosa di più, proveremo a seguire la vicenda.

Al G8 invece si è parlato della necessità di costuire oltre 1000 (mille!) centrali nucleari nel mondo. E anche l'Italia dovrà fare la sua parte, si è detto. Business as usual.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 171
Chissà perchè ma secondo me da quando Carlo Rubbia è andato in Spagna qualcosa ha fatto....e noi ci siamo persi l'aiuto di un grande fisico.


Spagna nucleare: un incidente dopo l'altro
di Alessandro Iacuelli - 09/07/2008

Fonte: altrenotizie [scheda fonte]

Brutto momento per il nucleare iberico: quattro degli otto reattori nucleari spagnoli hanno registrato disfunzioni in meno di 72 ore, come scrive il quotidiano El Paìs. Per motivi differenti, e con conseguenze sulle quali nessuno si pronuncia in modo corretto, gli incidenti si sono prodotti tra sabato e martedì scorsi. Critiche le organizzazioni ambientaliste, secondo le quali è colpa della pessima cultura della sicurezza con la quale Iberdola e Endesa, proprietarie delle quattro centrali colpite, gestiscono gli impianti. A questo si aggiunga che il parco nucleare spagnolo è molto vecchio, come mette in guardia Greenpeace, in un comunicato. Il "Consejo de Seguridad Nuclear" (Csn), organismo che controlla la sicurezza atomica, attribuisce gli incidenti ad una "sfortunata casualità". I proprietari delle centrali hanno sminuito l'accaduto, sottolineando che la sicurezza delle installazioni non è stata colpita. Tre degli incidenti registrati sono avvenuti in tre reattori situati a Tarragona, nel nord-est della Spagna, gestiti dalla Associazione Nucleare Asco-Vandellos (Anav), i cui proprietari sono Iberdola e Endesa. Ancora una volta, si fa la corsa a dichiarare che non ci sono stati pericoli per le persone e per l'ambiente, ancora una volta è partita, come avviene ovunque nel mondo, la corsa alla minimizzazione.

La Spagna si era già trovata nella bufera (nucleare) qualche mese fa: la centrale nucleare Asco I ha avuto una perdita radioattiva verso la fine di marzo, ma il Consiglio di Sicurezza Nucleare è stato avvisato solo il 4 aprile. Le polemiche sono nate dal fatto che quello stesso giorno, durante la fuga radioattiva, era presente nell'impianto una scolaresca in visita. Secondo Greenpeace una parte della perdita è fuoriuscita dalla stazione. Il ministero della sanità spagnolo è entrato in azione immediatamente: a causa dei rischi di contaminazione ora dovranno essere sottoposte a screening oltre 2600 persone. Per questo l'azienda esponsabile, l'Endesa, verrà multata. Ora il reattore è fermo per permettere di ripulire il sito. Il reattore gemello Asco II era stato fermato nel 2007 per un guasto ad una valvola.

Il 9 giugno, sempre ad Asco I, i tecnici del Consiglio di Sicurezza Nazionale hanno rinvenuto la settimana scorsa degli elementi radioattivi sulla linea ferroviaria situata vicino alla centrale. E ancora, sempre ai primi di giugno, è stato registrato un guasto in alcuni monitor che misurano la radioattività all'interno della centrale. "Il 5 giugno è stata localizzata una particella radioattiva in prossimità delle ferrovie e il giorno dopo ne sono state rinvenute altre due nella stessa zona", ha spiegato Eugeni Vives, portavoce della ?Asociacin Nuclear Asco-Vandellos II? (Anav). "Un fatto, questo, legato alla fuga che si è prodotta nel novembre scorso a Asco ma che non ha incidenza nè sulla salute delle persone nè sull'ambiente. Si tratta di particelle metalliche".

In questi giorni, arrivano quattro incidenti quasi contemporanei in quattro centrali diverse. Anche questa volta, si è assistito al solito pellegrinaggio di esponenti istituzionali, come oramai avviene in tutto il mondo, pronti a fare a gara per minimizzare l'accaduto e non generare allarmi. Ancora oggi, nel mondo, e la Spagna non fa eccezione, molti incidenti non vengono resi noti. Quando qualcuno se ne accorge, vengono comunque omessi dati importanti. In pratica, dopo la psicosi collettiva generata dall'incidente del 1986 a Chernobyl, chi gestisce le centrali si è mediaticamente blindato ed ogni volta che c'è una fuga radioattiva o una perdita di materiale, si stende immediatamente un velo di silenzio.

Per questo motivo, gli incidenti successivi a quello di Chernobyl sono spesso accompagnati da dati parziali, senza che si sappia tutto fino in fondo, e vedono la scrittura di rapporti e relazioni che terminano sempre con un "nessun pericolo per le persone e per l'ambiente".

Intanto, mentre in Italia si parla di ritorno al nucleare senza molta cognizione di causa, la Spagna continua il suo percorso per abbandonarlo. In un'intervista rilasciata alla stampa nazionale, il Premier, Josè Luis Rodriguez Zapatero, ha confermato gli impegni presi in campagna elettorale per il settore nucleare. Zapatero ha detto che il governo spagnolo non ha intenzione di costruire nuove centrali nucleari, inoltre sarà rispettata la durata di vita normale delle centrali nucleari esistenti.

L'impegno dei socialisti spagnoli è quello di eliminare progressivamente il nucleare, vista anche l'impopolarità di cui gode in Spagna, e sostituirlo con fonti energetiche rinnovabili quale l'eolico e il fotovoltaico. Le licenze delle centrali nucleari attualmente attive in Spagna scadranno tra il 2009 e il 2011, prima della fine del mandato dell'attuale legislatura socialista che sarà nel 2012. Se i piani dell'attuale governo verranno rispettati, e sempre se non si presenta una crisi energetica di notevoli dimensioni nei prossimi anni, tale da obbligare la Spagna a rinnovare le licenze, probabilmente il Paese abbandonerà il nucleare entro la fine del mandato di Zapatero.

"I paesi leader a livello internazionale stanno scommettendo sulle energie rinnovabili e non su quella nucleare. Se facessimo sforzi per il nucleare toglieremmo risorse all'energia del futuro, eolica, solare o di altro tipo", così ha dichiarato Zapatero il 30 giugno scorso, in visita in Danimarca proprio per osservare da vicino la politica energetica danese. Secondo il premier spagnolo i paesi che sono "in testa sulle energie rinnovabili", tra un paio di anni "avranno non solo contribuito a frenare il cambio climatico, ma disporranno di un valore aggiunto dal punto di vista politico, economico e sociale". La Spagna ha investito molto sulle energie pulite negli ultimi anni, arrivando ad essere il terzo produttore mondiale di energia eolica, e ha in progetto di aprire 30 nuove centrali, mentre sta seguendo una politica di smantellamento degli impianti nucleari.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 174
Dall'Arena Giovedì 10 Luglio 2008

SAN GIOVANNI LUPATOTO. La sentenza arriva dopo 10 anni di attesa, giudicate non valide le motivazioni del Comune
Il Tar boccia il ricorso contro Ca? del Bue
Zerman: «Decideremo insieme a San Martino se appellarci anche al Consiglio di Stato»
I nostri argomenti troppo deboli contro interessi fortissimi
FABRIZIO ZERMAN
SINDACO DI SAN GIOVANNI

Renzo Gastaldo
I giudici del Tar di Venezia hanno rigettato il ricorso contro l?inceneritore di Ca? del Bue presentato 10 anni fa dal Comune di San Giovanni Lupatoto.
Il ricorso era formalmente finalizzato a evidenziare l?illegittimità della decisione assunta dalla Regione. In effetti esso manifestava tutta l?avversione della comunità lupatotina contro l?inceneritore (posto a soli 1.500 metri dal centro del paese) i cui forni sono ora bloccati ma che dovrebbero, rinnovati, rientrare in attività tra due o tre anni.
In sostanza il Tar ha dato torto al Comune non riconoscendo la validità e la fondatezza di nessuna delle molte motivazioni contenute nell?istanza presentata circa 10 anni fa e che era stata discussa a Venezia l?11 giugno 2003. Ora è stata emanata la sentenza di quell?udienza.
«Ho ricevuto la lettera dell?avvocato Gianluigi Ceruti, il nostro legale incaricato per il ricorso, che mi preannuncia il verdetto a noi sfavorevole del Tar», dice Fabrizio Zerman, sindaco di San Giovanni Lupatoto.
«Le nostre motivazioni sono state controdedotte una per una e respinte nel merito in quanto ritenute non adeguate o insufficienti. Ora esamineremo i contenuti della sentenza del Tar e poi convocheremo sull?argomento il Consiglio comunale perché si ridetermini sulla questione. Dovremo valutare se ricorrere contro questo pronunciamento al Consiglio di Stato. In merito sentiremo anche il Comune di San Martino Buon Albergo, schierato con noi nel ricorso».
«Io questa sentenza negativa un po? me l?aspettavo», continua Zerman. «In ballo ci sono interessi troppo importanti e la posizione di San Giovanni Lupatoto, giustamente attestata sulla difesa della salute dei cittadini e dell?ambiente, per quanto oggettivamente argomentata si presenta debole, specie se vista da Venezia e posta in un contesto nazionale dove l?emergenza rifiuti è quella di Napoli».
Le motivazioni per le quali San Giovanni Lupatoto chiedeva l?annullamento della delibera della Regione per la realizzazione dell?inceneritore erano più d?una. Tra queste c?era la mancata partecipazione del comune di Zevio alla commissione tecnica regionale che approvò l?impianto, partecipazione che è prevista dalla legge per i «comuni direttamente interessati» come è certamente Zevio. Zevio è tra l?altro fra i comuni che compongono la commissione provinciale per Ca? del Bue.
Veniva poi riportata la questione della profondità della falda acquifera sottostante all?inceneritore, che negli atti di approvazione dell?impianto risulta a 20 metri nel sottosuolo ed invece in effetti si trova a due soli metri.
Tra i motivi di illegittimità era stata infine citata l?inadeguatezza del sito, attestata anche dagli esiti del processo penale per le tangenti dal quale emergeva chiaramente che la localizzazione fu fatta per pagare le mazzette e non in base a una scelta scientifica.
A tutti questi motivi era stata aggiunta anche la partecipazione al voto in giunta regionale sul provvedimento relativo a Ca? del Bue, nel novembre 1994, di un assessore regionale che era dipendente dell?Agsm.
Evidentemente tutte queste argomentazioni non sono bastate al Tar del Veneto per accogliere l?istanza di annullamento proposta da San Giovanni Lupatoto.
Un paio di mesi fa l?avvocato Ceruti era stato informato dal Tribunale amministrativo (da cui si stava attendendo la sentenza da oltre 5 anni) che si stava provvedendo a una rilettura degli atti del ricorso. Questo fatto era stato percepito allora come favorevole alle istanze di San Giovanni Lupatoto. Così però non è stato.

Inceneritore In tribunale fin dal 1991
Contro la sentenza del Tar che respinge il ricorso il Comune di San Giovanni Lupatoto può proporre ricorso al Consiglio di Stato.
In questo senso, proprio sulla questione di Ca? del Bue, c?è un precedente favorevole. Nel 1991 lo stesso avvocato Ceruti dopo il «no» del Tar sul primo ricorso lupatotino, aveva incassato a Roma dal Consiglio di Stato una importante vittoria con l?annullamento della delibera regionale su Ca? del Bue che autorizzava la realizzazione dell?inceneritore.
Quella volta l?appiglio che bloccò per due anni l?impianto fu la mancata convocazione di San Giovanni Lupatoto alla conferenza dei servizi che approvava l?impianto svolta a Venezia.
Il Consiglio comunale lupatotino ha ora davanti due strade.
La prima è quella di confermare la linea di totale opposizione all?inceneritore visto che nessuno pare in grado di assicurare la sua certa innocuità per la salute. La seconda possibilità sembra invece quella di cambiare strategia cercando un accordo con Verona, l?Agsm e l?Amia. La prima strada potrebbe condurre a un buco nell?acqua in caso di ulteriore no del Consiglio di Stato.
La seconda scelta dovrebbe aprire un confronto con Verona e le società che gestiscono l?impianto. Resta da verificare con quali effettivi benefici per il comune lupatotino
.R.G.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 182
Altro che Vedelago.... se e' vero siamo messi proprio male.

Lo smaltimento dei rifiuti radioattivi nelle fonderie
di Uriel - 14/07/2008

Fonte: wolfstep

Ho modo di parlare, su tumblr , del discorso delle scorie radioattive, cosi' vorrei raccontare una cosa che pochi conoscono. E cioe' il fatto che le scorie radioattive sono, attualmente , tutto intorno a voi. Specialmente se guidate un'automobile.

Dunque, siamo in una fonderia. Una fonderia di quelle che stanno all'inizio del ciclo produttivo degli acciai, non di quelle che stanno alla fine.

Insomma, arriva del ferro , arriva del rame, magari sono anche materiali di riciclo, chissa'. Comunque, la prima cosa che si fa e' misurarne la radioattivita'. Perche' si misura la radioattivita' del ferro, se il ferro in se' non e' un materiale radioattivo?(1)

Lo si misura perche' il problema e' che il ferro NON e' radioattivo. Allora, diciamo una cosa: nell'ambiente abbiamo una radioattivita' naturale, che e' dovuta ad una certa quantita' naturale di isotopi radioattivi presenti ovunque. Le cause sono diverse, ma il dato di fatto e' che tutto , intorno a noi, e' radioattivo in piccola misura. Noi compresi.

Se io dal suolo estraggo un materiale quasi puro, e non radioattivo, otterro' un materiale NON radioattivo, ovvero MENO radioattivo della media di qualsiasi cosa, me compreso.

Cosa hanno pensato allora quei geniacci che fanno il business? Hanno pensato, ovviamente, di riportare il ferro a livelli naturali di radioattivita'. Come si fa a riportare il ferro a livelli naturali di radioattivita'? Ma e' semplicissimo: si inseriscono nel ferro delle scorie radioattive da smaltire.


Principalmente, Cesio . Ma anche Cobalto. Il Cesio, pero', e' il preferito. Si', proprio quello che si e' liberato da Chernobyl e ci ha impedito di mangiare insalate.

Si tratta di quei bidoni pieni di palline marroncine grandi un millimetro, che si notano in diverse fonderie.

Cosa si fa con questo materiale? Beh, in fase di fusione lo si immette, nella fase giusta, nel ferro. In questo modo, si ottiene che le scorie rimangano chiuse dentro il ferro, "annegate", come si dice.

A quel punto, se tutto il processo e' andato a buon fine, otteniamo che misurando il tasso di radioattivita' del ferro troveremo il tasso di radioattivita' normale presente in natura: indice del fatto che quel ferro debba contenere scorie, perche' se fosse ferro estratto e basta dovrebbe essere MENO radioattivo rispetto al tasso di radioattivita' naturale.

Perche' si e' scelto il ferro? In realta' non e' vero che si sia scelto il ferro: lo stesso procedimento viene applicato quasi su tutti i materiali a lento consumo E a radioattivita' bassa.

Voglio dire: il silicio, che nella forma vetrosa e' meno radioattivo della media (l'unico isotopo radioattivo del silicio ha vita breve per cui e' piuttosto raro ) , e' un altro materiale "battezzato" per essere inquinato in questo modo.

L'idea generale di questo processo e' quella che se un materiale mostra una radioattivita' cosiddetta "naturale", cioe' se addirittura molti strumenti la "tagliano" , nessuno potra' dirvi che si tratti di inquinamento radioattivo: quel ferro e' radioattivo quanto la carota che mangi, ed e' radioattivo quanto la tua stessa milza: che cosa vuoi ancora?

Dunque, non appena si fonde una grossa quantita' di un materiale puro e poco radioattivo, ottenendo un blocco di materiale meno radioattivo della media naturale, arriva qualcuno e dice "ehi, ti pago se anneghi nel tuo materiale queste scorie".

Di conseguenza, e' quasi impossibile sfuggire: negli acciai della vostra automobile, nei vetri, nei cavi elettrici di rame, nel vetro delle vostre bottiglie, in qualsiasi materiale ad alto grado di purezza con una radioattivita' minore della media sono state annegate delle scorie radioattive. Spesso, come nel caso del Cesio, si tratta di scorie di centrale o piu' semplicemente di scorie usate dai processi coi quali si fotografano i tubi per evitare le crepe: anziche' pagare lo smaltimento, le acciaierie non fanno altro che gettare il cesio (una pallinadi 3 mm) nella colata. Una pallina di 3 mm contamina una citta' come Bologna per 10 anni.

Direte voi: ma se alla fine il tasso di radioattivita' naturale e' sempre quello, perche' mai dovremmo preoccuparci?

I motivi sono diversi: il primo e' che il Cesio e' un materiale che fonde a 28 °C , ed evapora a 600 gradi. Il che significa che nel ri-fondere materiali ferrosi (per esempio, nel riciclarli) rimettiamo in giro (nell'atmosfera) un bel po' di questo materiale.

Un altro motivo e' che la radioattivita' naturale proviene da fattori diversi rispetto alle sorgenti che abbiamo infilato nel ferro, nel rame, nel vetro, eccetera: quando il ferro si arriugginisce formando gli ossidi, quando degrada, quando il rame produce verderame, eccetera, tutte le scorie ivi contenute vengono rilasciate.

Si parla, in questi casi, di "rilascio lento", perche' il fenomeno della ruggine e del decadimento metallico e' lento. Nel caso del vetro, poi, necessita di tempi geologici.

Ma nel caso dei metalli questo tempo e' lento, ma non troppo: se volete averne un'idea, guardate qui. Il sito vi mostrera' gli effetti e le dimensioni del fenomeno corrosivo sulle strutture metalliche pubbliche, ovvero quelle che maggiormente usano acciai poveri soggetti ad annegamento di scorie.

In definitiva succede questo:


Il Cesio 137 viene annegato nei metalli, in quantita' tali da portarli al livello naturale di radioattivita'.
I metalli vengono usati, e inizia il processo di corrosione /ciclo di vita.
Per via della corrosione o del riciclaggio, i metalli vengono rifusi, superando vastamente i 670 °C necessari per far evaporare il Cesio.
Il cesio si libera nell'atmosfera circostante alle fonderie.

Ovviamente le centrali non sono le uniche responsabili di questo, nel senso che le scorie eliminate non sono solo quelle prodotte dalle centrali: moltissimi esami medici che richiedono l'uso di materiali radioattivi hanno come sottoprodotto scorie radioattive, che spesso vengono "smaltite" in questo modo, ovvero "spalmate" nei materiali a lenta consunzione , il che produce un'altrettanto lenta liberazione nell'ecosistema.

Sorgera' allora una domanda: perche' non ci accorgiamo di questo aumento? La verita' e che di questo aumento ci accorgiamo eccome; il dramma e' che trattandosi di un aumento lento , legato al ciclo di vita dei metalli ferrosi di fatto se ne occupano soltanto coloro che per lavoro tarano strumenti di misura della radioattivita'.

Per esempio, questo istituto qui si occupa di studiare gli effetti sull'uomo delle aree ad "alta radioattivita' naturale".
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 183
seconda parte..... continua.......

La seconda domanda che vi farete e': perche' nessuno se ne accorge?

La risposta e' che , quando si fanno misure attorno alle centrali, ECCOME se ce ne accorgiamo: leggete qui. Quello che e' successo e' che dev'essere entrata in forno una partita di metalli ove era gia' stato annegato del cesio, e non appena entrati negli altiforni il cesio si e' sprigionato nell'atmosfera: quei signori dicono di non aver trovato la fonte di cesio "perche' schermata", ma la semplice verita' e' che era semplicemente "molto diluita", e quindi non e' successo nulla fino a quando non si sono superati i 670 gradi, momento nel quale il Cesio e' divenuto volatile e ha lasciato la fonderia.

Adesso avrete un'altra domanda: ma in Italia e' mai successo?

SI' che e' successo: ecco qui dove e' successo. La colpa viene, adesso, attribuita ad acciai provenienti dall'azienda spagnola, nel senso che mentre in Spagna cercavano un bidone di Cesio, in Italia e' chiaro che la contaminazione possa avvenire anche nel caso vengano fusi dei rottami metallici che abbiano subito questo trattamento di annegamento.

Altra domanda: cosa dicono le industrie metallurgiche? Dicono che la contaminazione da cesio rende piu' veloce la degradazione degli acciai inossidabili. Questo e' verificabile accademicamente, se non fosse per una cosa: che gli acciai inossidabili sono una piccola quantita', e i rottami metallici di riciclo vanno a formare acciai poveri, di minore valore.

Altre domande: ma anche in Italia facciamo questa cosa?

La risposta e' che no, in Italia non si fa questa cosa. Tuttavia, in Italia non ci sono miniere di ferro. Il che significa che il ferro viene comprato da fuori e poi rifuso. In teoria, all'ingresso di ogni fonderia ci dovrebbe essere un controllo contro la radioattivita' dei metalli in ingresso: ma verificando solo la radioattivita' del ferro si riesce a fermare questo reato solo se alla sorgente sono stati poco furbi: se hanno disciolto solo la quantita' necessaria di Cesio 137 che serve a riportare i materiali metallici al livello naturale, il metallo rientra nei limiti di legge. Sarebbe necessario un complesso esame chimico per rilevare questa contaminazione.

Cosa fa una fonderia per evitare di spargere in aria il materiale?

La fonderia , nel caso di acciai inox, di solito elimina gia' il cesio e altri materiali dalle leghe, per la semplice ragione che aumentano la velocita' di ossidazione degli acciai risultanti.

Nel caso di acciai poveri, o di acciai di riciclo, puo' fare ben poco perche' si tratta di miscele estremamente eterogenee: l'unico modo e' il mescolamento programmato di scorie di riciclo, che avviene secondo metodi di Cycle Bin e Double Bin. Questo diminuisce i rischi di mescolare materiali in ingresso che siano contaminati.

Ma il problema e' ben lungi dall'essere risolto: il costo di smaltimento delle scorie arriva ai 1000$ per chilogrammo, il che significa che lo smaltimento di scorie mediche a bassa radioattivita' puo' fruttare davvero molto: e' sufficiente evitare quei processi che richiedano una rifusione.

Cioe', producendo direttamente la traversina ferroviaria in un paese di manica larga, e annegando li' le scorie, difficilmente la traversina gia' profilata verra' poi ri-fusa, e quindi nessuno si occupera' di prendere le gia' poche precauzioni che servono perche' si eviti la contaminazione.Lo stesso vale per lamiere, viti metalliche, prelavorati metallici in genere.

Si tratta di piccole quantita'? No, non si tratta di piccole quantita': a patto che non vengano fusi, i materiali vengono tranquillamente venduti. E' successo a 30 tonnellate di materiale metallico cinese, che sono state beccate DOPO la lavorazione, e solo in parte.

Cosa succedera' a quelle parti metalliche? A differenza del Cesio, che dimezza in 10 anni, il Cobalto rimane in attivita' piu' a lungo: i tempi di rilascio per corrosione,e l'eventuale riciclaggio di quei metalli non faranno altro che rimettere in giro il materiale radioattivo, che finira' in qualche modo nell'ecosistema.

Una qualche fonderia del mondo, insomma, prima o poi si trovera' un chilo o due di quel materiale in mezzo ad una carcassa di automobile, e lo ficchera' in un altoforno per riciclare il metallo.

Nel caso del Cobalto, e' facile capire cosa stia succedendo? La risposta e' NO. Per due motivi: il primo e' che gli acciai rapidi contengono gia' cobalto, anche se si tratta di isotopi non radioattivi. Quindi, se il cesio nell'acciaio inox non ci deve stare e i chimici se ne accorgono, nel caso del cobalto il tasso di cobalto potrebbe essere piu' che giustificiato.

Dal punto di vista dei fisici, il problema e' far scattare il maledetto rilevatore, ma la cosa puo' essere evitata semplicemente sciogliendo nel ferro abbastanza residui da NON superare il livello di radioattivita' prescritto dalla legge, partendo dai livelli molto inferiori del ferro quasi puro.

Ma nemmeno le eventuali emissioni sono facili da rilevare, perche' il processo di rilevamento e' estremamente complesso: annegare cobalto 60 negli acciai e' una pratica "poco usata " ma ancora deregolamentata.

Chi vigila su queste cose?

Il problema del "Radioactive Scrap Metal" e' un problema che viene affrontato prima di tutto dai grandi gruppi di fonderie occidentali, dal momento che se viene scoperta una contaminazione forte il risultato e' lo smantellamento dell'altoforno o del sito industriale.

I metodi usati consistono principalmente nel mix di sorgenti di fusione, atti a minimizzare il pericolo di fuga al momento della fusione.

Come enti governativi, l' unione europea ha il proprio osservatorio qui: UNECE

Si', ma in definitiva QUANTO di questo ferro c'e' in giro?

Stando all' USDOE , "There are more than 1,577,000 metric tons of irradiated scrap metal available." L' NRC americano, insieme alla comunita' europea, si sforza di fare il punto della situazione qui e non e' per nulla confortante.

Tutto, ripeto tutto il metallo di cui stiamo parlando prima o poi finira' in ruggine o dentro una fonderia per la fusione.

In soldoni: la tua automobile e' radioattiva, la tua casa e' radioattiva, il treno e' radioattivo e le rotaie sono radioattive.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 194
Gli interessi economici della regione per bruciare i rifiuti sono piu' che evidenti!
I dettagli di come viene costruito Ca Del Bue sono insiglificanti basta che venga alimentato con RSU.

Martedì 5 Agosto 2008

L’ITER DEL PROGRAMMA. Domani il piano passa all’esame della Giunta. L’assessore regionale Conta chiede che si possano bruciare 500 tonnellate di rifiuti al giorno
Ca’ del Bue, il progetto verso il rinvio
Il Governo sta cambiando la normativa nazionale Toffali: «Se approvata, ci farà risparmiare tempo»

Enrico Giardini
Ca’ del Bue aspetterà ancora. Poco, ma aspetterà. Tanto ormai ci è abituato. Vent’anni fa è stato concepito come impianto per bruciare rifiuti ricavandone energia, ma non è mai girato a mille per problemi ai forni a letto fluido.
Domani la giunta comunale dovrebbe esaminare la questione del bando di gara di project financing per costruire i nuovi forni a griglia. In pratica, il via libera per presentare i progetti, sulla base della richiesta dettata dalla commissione tecnica, con rappresentanti della Regione, del Comune, di Agsm e Amia. Ma perché un ulteriore slittamento? Per mettere nelle condizioni chi indica il bando di gara di risparmiarne, invece, di tempo, in attesa della modifica delle normative sul project financing.
ACCORCIARE I TEMPI. A spiegare le ragioni della possibile proroga è l’assessore comunale alle aziende ed enti partecipati, Enrico Toffali: «A livello nazionale di sta elaborando una nuova normativa in materia di project financing che dovrebbe consentire, una volta approvata, di risparmiare almeno un anno e mezzo di tempo, visto che ci consentirebbe di accorpare tre bandi di gara in uno. Meglio quindi attendere un mese adesso, se la normativa nuova ci permetterà dopo di abbreviare i tempi».
I bandi di gara, comunque, per dare il via all’operazione nuovi forni dovrebbero essere due. Uno sui forni per bruciare rifiuti solidi urbani (Rsu), l’altro per migliorare la funzionalità degli attuali forni a letto fluido per altri rifiuti, come quelli anaerobici o il combustibile da rifiuti.
SOLO RSU. A porre la condizione di separare i due tipi di interventi, al fine di concedere tutte le autorizzazioni per procedere, è la Regione, coma precisa il veronese Giancarlo Conta, assessore regionale alle politiche ambientali: «A me non interessa come verrà gestito l’impianto di Ca’ del Bue e chi lo gestirà, secondo modalità che dovranno essere decise, ma mi importa che a Ca’ del Bue si possano bruciare 500 tonnellate di rifiuti solidi urbani al giorno».
IL DIKTAT. Perché questa condizione? «Anzittutto perché Ca’ del Bue è nato proprio come impianto per smaltire gli Rsu», puntualizza Conta, «in secondo luogo perché tutti i certificati rilasciati dal ministero per autorizzare l’attività di un impianto come quello di Ca’ del Bue sono legati, appunto, al fatto che vi si brucino Rsu. Comunque, quello veronese è uno dei quattro termovalorizzatori del Veneto e dovrà funzionare. Tutto il resto, quindi la gestione dei forni a letto fluido per bruciare altri tipi di rifiuti, è di competenza dell’Agsm e dell’Amia e non interessa la Regione».
In ogni caso, pur essendo i bandi di gara pronti per essere esaminati dalla giunta, la questione dovrebbe rimanere sospesa ancora per un po’. Agsm e Amia, fra l’altro, proprio nei giorni scorsi hanno firmato un accordo in base al quale la selezioni dei rifiuti (senza bruciarli, però) all’impianto di Ca’ del Bue, nelle Basse di San Michele al confine con San Martino e San Giovanni Lupatoto, viene gestita dall’Amia e non più insieme ad Agsm.
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 200
Eccolo qua il pd meno elle dei giovani! Esistono termovalorizzatori che evitano le emissioni dannose?
Chi lo assicura? il loro partito? e anche se fosse non abbiamo ancora capito che incenerire i rifiuti e' la cosa piu' stupida che si puo' fare?......
rimango stupefatto da certe dichiarazioni dopo tutti gli esempi di riciclo che abbiamo.

Domenica 10 Agosto 2008

SAN GIOVANNI LUPATOTO. Tre questioni
Sull’inceneritore i giovani del Pd vogliono garanzie
Possibilisti su Ca’ del Bue Parco all’Adige: più controlli

Mentre il Partito democratico degli adulti continua il dibattito interno e, dall’opposizione, prosegue nella linea morbida verso la maggioranza, i giovani del Pd di San Giovanni Lupatoto prendono posizione su alcuni temi caldi della vita amministrativa. Lo hanno fatto allestendo un gazebo al parco dell’Adige e distribuendo volantini che riportano il loro punto di vista su tre questioni.
La prima riguarda l’inceneritore di Ca’ del Bue. «Siamo contro il raddoppio», dice Massimo Mainente, neo eletto presidente del gruppo di giovani del Pd. «Esistono termovalorizzatori ad alta tecnologia avanzata che evitano emissioni dannose per la salute. Quelli realizzati a Venezia Marghera e la terza linea dell’inceneritore di Padova sono termovalorizzatori di ultima generazione, che possono essere installati a Ca’ del Bue in sostituzione dell’esistente che di fatto non ha mai funzionato».
Una richiesta che sostanzialmente rettifica la linea del centrosinistra finora applicata di totale opposizione all’inceneritore, spostandola dal «no» totale a un quasi «sì» condizionato alla presenza di garanzie per le emissioni, linea verso la quale si è già orientata l’amministrazione comunale.
Secondo tema di intervento è il parco all’Adige. «Come richiesto da molti frequentatori del polmone verde, chiediamo che esso venga ampliato e che si provveda alla piantumazione di altre essenze autoctone, che non abbiano necessità di manutenzione», affermano. «Riteniamo inoltre necessario dotare l’area di un adeguato arredo urbano con giochi per bambini e panchine in pietra. Serve inoltre ripristinare i servizi igienici e ricollocare dei barbecue, lontano dall’area utilizzata dalle famiglie, magari nello spiazzo prospiciente il punto di inizio della ciclabile. E l’area deve essere pattugliata dalle forze dell’ordine».
L’ultimo ambito riguarda il potenziamento della raccolta differenziata. «Siamo del parere che quello dei rifiuti sia un problema che l’amministrazione comunale deve contribuire a risolvere», dicono i giovani Pd. «La prima cosa da fare è l’aumento del numero dei cassonetti. Riteniamo inoltre necessario che i vigili provvedano a controlli a campione di quanto gettato nelle immondizie per evitare che singoli cittadini o addirittura aziende gettino nel cassonetto materiali di ogni genere». R.G.
A former member
Post #: 398
Poveri ragazzi del PDmenoL...

Consiglio un viaggetto in Germania: sono qui a Berlino, finalmente sono tornato nella citta' che in un certo senso mi ha cambiato la vita! Sono stato qui nel 1995 per 6 mesi come studente per lavorare alla mai tesi di laurea.

Ho ritrovato una citta' diversa, ricostruita in molte parti (Posdammer Platz soprattutto), ancora piena di giovani di tutto il mondo!

Ma torniamo al 3d: rifiuti!

Scena: siamo in U-Bahn, negozietto con bibite e giornali, prendiamo una bottiglietta di CocaCola, costa 1.20.

Pago 1.20... l'inserviente mi dice che mancano 15 centesimi (il mio tedesco fa una gran fatica a tornare, ma quialcosa riesco a capire!): e' la cauzione per la bottilglietta di PLASTICA!!!!

RAGAZZI!! In Germania tutte le bottiglie di plastica hanno il resto! Non solo quelle di vetro (per le bottiglie di birra da 0,50 Lidl fa anche 0.25 di cauzione).

Vi asicuro che non si vede una sola bottiglietta in giro! I cerstini sono praticametne vuoti! E qui vivono miglioni di persone e con un casino di turisti (anche un scco di italiani in questi giorni)!

Altro che consorzi e riciclo della plastica in carico alle amministrazioni comunali! BASTA IL SISTEMA DELLA CAUZIONE cosi' sono direttamente i commercianti a doversi sobbarcare la gestione degli imballi!

Vediamo quanti secoli ci metteranno i nostri dipendenti per fare anche in Italia un sistema del genere... che i nostri genitori del resto ricordano ancora anche in Italia!

Vi saluto... e tenete d'occhio 'sti pazzi furiosi del centrosinistra veronese... ma sono davvero fuori di testa! FERMIAMOLI!!!!!!

tschüß

karlo
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 217
Il piano della lobby degli inceneritori
di Guido Viale - 18/08/2008

Fonte: Il Manifesto [scheda fonte]

"Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici
hanno sostenuto la necessita' e l'utilita' della termovalorizzazione dei
rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta
differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle
future". Cosi' comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un
Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso
dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in
realta' il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il
suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per
l'esattezza, 100 impianti da 170.000 tonnellate all'anno ciascuno, per
soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per
cominciare, 35 da 250.000 tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15
(totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel
trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione
indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il
cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida
considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare
tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr e' diventato conveniente
per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali
termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al
combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo
Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto
estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi
incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha
riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di
"ecoballe"; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato
e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio
contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un
inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in
Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, e' quasi certo che
l'Ue avviera' contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finira'
per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a
aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si
tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli
inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un
impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto
del paese dal governo Prodi - non tanto per volonta' dei Verdi, ma per
uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima
dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un
emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro
futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli
inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire
prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, e' gia' stato siglato un accordo di
massima che introduce la regola deliver or pay: in base ad essa la quantita'
di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera
autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un
Comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore
abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: cosi' impara a
esagerare!
Bernabe' S.
simone75
Villafranca di Verona, VR
Post #: 218
(SECONDA PARTE......lobby degli inceneritori)

E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva
introdurre nel contratto di servizio con la Regione e il Commissario
straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di
tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata,
e' stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in
meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo
smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far
percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata.
Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione
degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci
sono solo le Regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di
costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via
incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono
il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli di cui ha beneficiato
per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i
fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane
che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali
nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei
gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso il presidente
dell'Inter, il petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un
decreto interministeriale in "fonti di energia rinnovabili".
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 e' soprattutto l'obiettivo non
dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene
che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non e' in grado di andare
avanti. Perche' oltre che nocivo per la salute - la cancerosita' delle sue
emissioni e' comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con
rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali
che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore e' un
disastro anche in termini economici e puo' funzionare solo se lautamente
sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui
nessun fautore dell'incenerimento sosterra' mai di volersi sottrarre.
Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i "diversi partiti
politici che hanno sostenuto la necessita' e l'utilita' della
termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale
dell'aprile scorso". Ma basta andare a vedere da chi sono partite le
proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto
che su questo punto c'e' stata, gia' in campagna elettorale, un'intesa
cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli
dell'attuale opposizione. Un'intesa per di piu' segreta, o mai dichiarata,
che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del
contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si e' consolidata prendendo
a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione
campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per
neghittosita' nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per
complicita' con la camorra, che agli impianti "moderni" preferirebbe le
vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi
campana c'e' solo la decisione del gruppo Fibe--Impregilo, e di chi lo ha
assecondato, di accumulare quanta piu' monnezza indifferenziata possibile da
destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che
li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni:
per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in
funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto
il paese - dal Pnt dell'Anida.
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